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C’è una curiosità interessantissima alla base del celebre libro di Neil Gaiman da cui è tratto questo magnifico film: il nome della protagonista doveva essere il comune Caroline e non Coraline, nato da un errore di battitura sulla tastiera che Gaiman non ha poi voluto modificare. In questo senso, a causa del cambiamento nel nome, fin dalla sua origine letteraria il personaggio è una figura “altra”, una sorta di doppio, rispetto a quello che doveva essere in origine.
Questa curiosità apre fantasticamente a riflettere sul contenuto stesso dell’opera, la cui narrazione si snocciola attraverso un passaggio fra due mondi paralleli. Henry Selick, già regista dell’immenso Tim Burton’s Nightmare Before Christmas, dall’autore di Burbank non ha attinto unicamente per quanto riguarda l’uso dell’animazione in stop-motion e l’immaginario gotico-favolistico, ma anche per la rappresentazione di mondi diversi/opposti. Come nel capolavoro La sposa cadavere, il “mondo dei vivi” è un universo spento, annoiato, contraddistinto da colori freddi e monocorde, mentre l’altro mondo, quello dei “morti”, è variopinto, allegro, gioioso; opposto alla banalità dell’esistenza umana dell’epoca contemporanea.
Seppure ci siano questi riferimenti al cinema del suo caro amico Tim Burton, la grandezza di Coraline e la porta magica è merito assoluto di Henry Selick che forse proprio grazie a questo film è da iniziare a considerare un grande regista. Selick rende perfettamente il mistero e la fascinazione presenti nell’opera da cui è tratto, trasportando questa a diventare un perfetto esempio di opera cinematografica. La memorabile tecnica d’animazione (di cui si parlerà fra poco), non toglie spazio a una narrazione che funziona perfettamente dall’inizio alla fine, con personaggi splendidamente tratteggiati e con una storia che gioca spesso su un perfetto ribaltamento di prospettive. Basta pensare a quanti film ci hanno mostrato delle “fughe dalla realtà” a lieto fine, l’approdo in mondi diversi ha (quasi) sempre portato a esiti positivi, soprattutto quando a “sognare” di cadere in questi universi erano dei bambini. Ma Coraline segue dei topolini, non un coniglio bianco, e quando attraversa il tunnel oltre la porta magica non si ritrova nel paese delle meraviglie, ma in quello degli orrori. Impossibile e impensabile parlare di questo film senza ragionare anche sulla tecnica d’animazione che unisce la stop motion al 3d stereoscopico.
Nel corso di questa stagione cinematografica (da settembre in poi), le opere migliori uscite sul grande schermo sono tutte d’animazione: Wall-E di Andrew Stanton/Pixar, Ponyo sulla scogliera di Hayao Miyazaki e ora Coraline e la porta magica che, visivamente, è forse ancor più impressionante dei due (grandi) film precedenti. Sette anni di lavorazione, il cui risultato ha pienamente soddisfatto le attese. La stop motion raggiunge livelli straordinari, ma è soprattutto il 3d a colpire gli occhi degli spettatori con risultati che, dopo aver visto Mostri contro alieni (indietro nettamente anche su questo), si pensava si potessero raggiungere fra diverso tempo.
Momenti di cinema straordinario quando Coraline cade nella tela dell’altra madre; quando salendo su una mantide tagliaerba vediamo il giardino dall’alto; o ancora un magnifico movimento di macchina che dalla pioggia esterna ci trasporta al viso di Coraline che guarda fuori dalla finestra di casa mentre le gocce cadono sul vetro. Henry Selick ha realizzato così una meraviglia che unisce la più antica tecnica d’animazione a quella più moderna, facendo diventare Coraline e la porta magica un’opera memorabile, metafora di un ponte che unisce il cinema del passato al cinema del futuro.
La recensione di Chimy di Martyrs, opera seconda di Pascal Laugier, molto discussa e (forse) molto discutibile, è qui su Paper Street . Il "nouveau horror" francese è giunto al suo punto più estremo?
E per chi ancora non lo sapesse qui su Cinedrome dal carissimo amico Pickpocket (che ringraziamo nuovamente per la splendida iniziativa), un'intervista fatta allo stesso Chimy... che solo per la bellissima foto postata da Pick in apertura del post merita un'occhiata :).
Tutto questo in attesa di un prossimo post doppio sul bellissimo Coraline e la porta magica di Henry Selick, film che già ora vi consigliamo di vedere a tutti i costi... possibilmente in una sala attrezzata per il 3d.
Difficile trovare un film per il quale la banale frase "convincente a metà" sia più appropriata che per Vincere, la nuova opera di Marco Bellocchio presentato con alterne fortune all'ultimo Festival di Cannes.
Questo semplicemente perché Vincere ha una prima parte ottima e coinvolgente e una seconda assolutamente non all'altezza di quanto visto in precedenza.
Bellocchio torna, dopo Buongiorno, notte, a mescolare la Storia pubblica d'Italia con il privato dei protagonisti che quella Storia l'hanno fatta, nel bene o nel male.
Se però nel film su Aldo Moro, che rimane la sua migliore opera fra quelle recenti, Bellocchio riusciva a bilanciare perfettamente le due linee e i registri differenti, in Vincere ci riesce molto meno soprattutto nella seconda parte.
Nella prima ora le scelte di forma sono stimolanti e di un altissimo livello intellettuale, soprattutto per chi conosce la storia del cinema italiano.
Gli anni '10 della vita di Mussolini, vengono mostrati utilizzando generi e scelte stilistiche del cinema italiano del periodo: Bellocchio gioca (benissimo) con l'astrattezza del futurismo, appoggiandosi alle basi concrete del melodramma; e proprio come nei melodrammi dell'epoca è la donna la vera protagonista, con una Giovanna Mezzogiorno, particolarmente brillante, che segue bene la lezione di Francesca Bertini e delle altre dive dell'epoca. Ottime risultano qui anche le scelte sonore, che sottolineano il pathos degli eventi, e la fotografia di Daniele Ciprì che segue perfettamente la ricreazione di quell'epoca cinematografica voluta da Bellocchio.
Tanto stimolante cinematograficamente è la prima parte, altrettanto piatta è invece la seconda; qui Bellocchio si adagia su una forma standardizzata e convenzionale, smette di ragionare sul linguaggio cinematografico e si concentra unicamente sul racconto della vita di Ida Dalser, dopo che Mussolini l'ha abbandonata insieme al (loro) figlio.
Come avveniva ne Il regista di matrimoni, anche questo film di Bellocchio, altrettanto affascinante, ha un calo nel corso della visione di cui non si può non tenere conto.
Arrivano nel film gli anni '20 e sembra quasi che si vada a seguire quella carenza creativa che aveva contraddistino proprio quel decennio del cinema italiano, dove non si riusciva a fare altro che seguire anacronisticamente il cinema (di successo) del decennio precedente.
Le immagini, la forma, cedono il posto alle parti scritte; non vi è più spazio per il sogno futurista dell'inizio. Quel sogno (in senso astratto-onirico) di riscatto finale di Ida Dalser che sembra quasi affacciarsi all'orizzonte ma che poi non viene messo in scena; quel sogno che invece era mostrato nello splendido finale di Buongiorno, notte con Aldo Moro che camminava tranquillamente per strada, riassaporando la sua libertà.
E alla fine l'hai ricevuto davvero un Five Point Palm Exploding Heart Attack...
Te lo sei tirato da solo, con una corda in un albergo di Bangkok...
Ma noi ti ricorderemo comunque e sempre come lo spaccone col Kung Fu e le spade di Hattori Hanzo...
Buon allenamento lassù, David, Pai Mei ti aspetta...
Premessa (necessaria) al post che segue: visto che Antichrist, come tutti sapete, è uno dei film che ha fatto più discutere negli ultimi anni, con recensioni che passano dal capolavoro assoluto al film da deridere, ci sembrava giusto e bello scrivere nel post due diverse opinioni per sviluppare meglio una (speriamo interessante) discussione. Visto inoltre che il Para non ha ancora potuto vedere il film per i classici problemi della distribuzione italiana, sotto alla mia recensione c'è in aggiunta un commento (quasi opposto alla mia opinione sul film) fatto da Gianni Chimento (mio padre), che si firma come John, che era già apparso con alcune frasi dentro le mie recensioni di Tideland e Sweeney Todd e che questa volta, in via unica proprio per il film di cui andremo a parlare, ha voluto scrivere addirittura un commento sul post, perché in disaccordo con la mia opinione (e anche un po' per prendermi in giro nell'ultima frase del suo commento) e soprattutto per favorire una discussione derivante dalla pubblicazioni di due opinioni diverse.
Chimy
Recensione del Chimy:
Si può parlare davvero a lungo di questo Antichrist, film che può (e deve!) stimolare riflessioni importanti e discussioni stimolanti su quello che abbiamo visto e su come l’opera si può analizzare e come si istituisce in quanto forma filmica; al di là del giudizio che uno gli voglia dare. Forse, visto il film e il regista di cui si parla, sarebbe più adatto iniziare a parlarne spiegando il perché di un giudizio invece di un altro; ma in questo caso è molto più interessante sviluppare alcuni spunti e tralasciare le motivazioni valutative-numeriche per la conclusione della recensione; punto che nel cinema di von Trier diviene sempre secondario rispetto al resto e questo è il grosso merito di questo grande regista. Vedendo Antichrist quello che davvero colpisce in positivo è la costante riflessione fatta sul regista sulla natura dell’immagine e (anche) in questo caso in particolar modo sulla natura dell’immagine “lenta” o quasi immobile che si fa segno forte nel linguaggio cinematografico che Lars mette in scena. L’incipit del film è una sequenza straordinaria: in quelle immagini rallentate, così strafottenti e così traumatiche, sta tutta l’ironia e tutto lo spessore cinematografico che ha da sempre il regista danese. Il disagio che questa lentezza e staticità può provocare, accompagnata inoltre dalla musica soave di Lascia ch’io pianga, è paragonabile ad un vero choc percettivo che induce lo spettatore a lasciare un’abitudine spettatoriale per aprirsi a un diverso modo di leggere le immagini. Dopo questo incipit i momenti più toccanti (in cui si sente quella trasmissione di emozione sonoro-visiva accostabile al punctum barthiano) sono proprio quelli in cui abbiamo delle immagini quasi immobili. In particolare le immagini del bosco inquietante, in cui tutto sembra immobile e Charlotte Gainsbourg (molto brava), nei suoi incubi e nei suoi ricordi, si muove ad una velocità talmente minima da farla sembrare immobile. Queste immagini sembrano quasi delle fotografie; e qui mi pare appropriato ricollegarsi a Barthes che nella fotografia vedeva la presenza del perturbante. La fotografia era per lui un presagio di morte, una cristallizzazione temporanea del flusso vitale. E queste immagini in Antichrist sono inquietanti, non solo perché sono incubi in presenza di nebbie e boschi notturni, ma anche per la loro natura “rallentata”, bloccata, in cui si sente quel presagio di morte che diverrà ben più esplicito col passare del film. In questo senso Antichrist è assimilabile ad un precedente lavoro di von Trier, che non è The Kingdom (che non c’entra troppo) ma il bellissimo Le onde del destino. In quel film del 1996, i sette capitoli in cui il film è diviso sono introdotti da immagini che restano impresse nella memoria: campi lunghi (o lunghissimi) di paesaggi che appaiono immobili. In realtà aguzzando la vista vediamo però un movimento lentissimo di una figura, di un mezzo, di una nave in lontananza. Un effetto di turbamento dovuto anche al fatto che queste immagini introduttive sono all’esatto opposto della forma presente nei capitoli. Se Le onde del destino è un film che aderisce alle linee guida del Dogma (assenza di musica, assenza di luce non naturale, macchina a mano etc etc), quelle immagini all’opposto sono colorate con cromatismi kitch, luci false, accompagnate da canzoni pop commerciali. Quella scelta provocava uno spaesamento, una sensazione di perturbante che si ritrova con queste immagini fisse di Antichrist; che avvicinano la riflessione vonTrieriana sull’immagine a quella di alcuni artisti di video-arte come Bill Viola (per fare un esempio) che ha costruito tutta la sua carriera proprio su questi concetti. Ed è straordinariamente interessante in questo senso, un momento in cui Willem Dafoe dice alla moglie del film, che sta sognando sdraiata sull’erba, di sparire e diventare una cosa unica con la natura. La stessa situazione che avveniva in una installazione di Bill Viola del 1979, Reflecting Pool, in cui un uomo rimaneva (quasi) immobile per vari minuti sul trampolino di una piscina in mezzo ad un bosco e quando decideva di lanciarsi diveniva parte integrante dell’ambiente circostante. In questo senso si potrebbero aprire nuovi discorsi e riflessioni su possibili collegamenti fra il cinema di von Trier e la videoarte che, come lui, basa molte delle sue suggestioni sulla staticità dell’immagine fissa. Oltre al piano visuale, interessantissimo, in Antichrist è però giusto parlare anche di quello narrativo che è il punto in cui il film di von Trier crolla tremendamente. Funziona il discorso sull’elaborazione del lutto, la follia, la colpa e (in parte) la violenza mostrata; ma diviene assolutamente sbagliato e superfluo aggiungere tematiche quali il misticismo, il satanismo, il rapporto con la natura, il maschile-il femminile. Tematiche che vengono buttate lì senza essere approfondite in alcun modo e che appaiono inadeguate perché l’inquietudine era già data (e bastava eccome) dalle immagini e dalla fotografia, non serviva questo tipo di sceneggiatura. Il registro e il passaggio da statico a dinamico non funziona poi perfettamente perché, oltre a quelle immagini, vi sono “pause” dovute a dialoghi superflui che fanno perdere attenzione e fanno salire anche un po’ di noia. Le parole andavano spese per spiegare meglio alcuni concetti di derivazione satanica, se era un tema che von Trier si sentiva costretto a trattare. L’epilogo in cui ritorna la musica e la fotografia del prologo, non ripete però la bellezza e l’emozione che faceva nascere la scena iniziale, ma anzi risulta mal fatto perché voglioso di stupire senza avere delle basi solide; lasciando più di un dubbio su un finale molto discutibile. Il paradosso di Antichrist è quello che è uno dei film più interessanti, e in assoluto il più “da vedere” dell’anno, seppur risulti una delle opere nel complesso meno riuscite della carriera di von Trier. Un film che però andrà anche digerito e sul quale bisognerà tornarci probabilmente fra alcuni mesi dopo (speriamo) ampie e lunghe discussioni, che dovranno però toccare soprattutto il piano interpretativo, più che valutativo. Una forte delusione che è allo stesso tempo un film assolutamente da non perdere (e fra i più interessanti degli ultimi tempi) per ogni amante di cinema che si rispetti. Un ossimoro che credo farebbe piacere al geniale Lars.
Chimy
Voto Chimy: 2/4
Commento di John:
Le recensioni mi hanno incuriosito anche se Lars Von Trier non è tra i miei registi preferiti: troppo bergmaniano ne Le onde del destino, geniale si nella teatralità di Dogville ma troppo distante dal genio surrealista di Lynch con The Kingdom – ho dunque visto ANTICHRIST. L’ho visto un po’ prevenuto con le mani strette ai braccioli della poltroncina pronto a chiudere gli occhi in attesa di chissà quali scene di violenza o di orrore ma…… non è stato così. Quindi ho poi riletto più volte quelle recensioni, quei commenti e mi sono incacchiato. Come alcuni dicono di Lars Von Trier (lo dice lui stesso nel suo film Il grande capo) o lo si può amare o lo si può odiare, ma deridere NO. La violenza c’è (l’horror no) ma arriva solo nell’ultima parte del film. Il regista ci prepara ad accoglierla, ad accettarla, a vederla come una scelta ineluttabile non di una mente malata ma di una persona disperata, e noi ci sentiamo vicini a questa disperazione, perché potrebbe essere la nostra. Lo stesso “Eden”, il ponticello, i rumori della pioggia o delle ghiande che cadono, gli scricchiolii dei rami o il frusciare del vento (qui mi è venuto alla mente Shyamalan) tutto può provocare angoscia o paura come il vagare nella nebbia o attraversare distese di felci giganti, ma mai il regista trasmette allo spettatore queste inquietudini: la natura non è ostile, anzi ci protegge, ci illumina, ci sorride anche solo con un cespuglio di more ad una svolta del nostro sentiero. In cima alla piramide della paura c’è solo “ME”, c’è solo l’uomo, non cercate i 3 Mendicanti in cielo, non è una costellazione, essi sono tra noi.
E adesso caro Chimy tu vorresti da me un voto, ma tu sai benissimo che l'emozione è al di sopra di qualsiasi grado di giudizio, ma per farti contento dirò che Charlotte Gainsbourg è insuperabile nonostante un doppiaggio davvero da brividi.
La recensione di Chimy di Angeli e demoni di Ron Howard è qui su Paper Street
In attesa di un "particolare" post che arriverà nei prossimi giorni su Antichrist di Lars von Trier...
E intanto un brindisi a The White Ribbon che vince la Palma d'oro al Festival di Cannes 2009 e al suo regista Michael Haneke che, guarda le coincidenze, proprio insieme a von Trier è uno dei registi più discussi, geniali e strafottenti del cinema contemporaneo... e anche dei più burloni.
The White Ribbon è ancora privo di una data di uscita per la distribuzione italiana, ma ci auguriamo arrivi al più presto nelle nostre sale perché qui lo attendiamo davvero con ansia.
La genialità di Star Trek di J.J. Abrams sta nella base stessa del suo essere.
Un reboot, come giustamente molti hanno detto, termine che oggi va molto di moda in ambito cinematografico che sta a definire il tentativo di rilanciare una celebre saga per la quale il pubblico sembra aver perso interesse.
I reboot fatti finora in ambito cinematografico sono quasi tutti dei prequel: Halloween: the Beginning di Rob Zombie e Casino Royale di Martin Campbell, i primi due titoli che possono venire in mente, ma anche il lavoro svolto da Nolan con Batman segue questo filone.
La genialità del soggetto di Star Trek sta nel fatto che non ci troviamo di fronte ad un prequel, ma bensì ad un caso unico di sequel reboot.
Già, perché è vero che superficialmente seguiamo l’adolescenza e la crescita del capitano Kirk e degli altri membri dell’Enterprise, ma in realtà quello che ci viene raccontato è un qualcosa che avviene dopo la saga (originale) di Star Trek e i primi film del franchise.
Una straordinaria mossa di sceneggiatura (di Alex Kurtzman e Roberto Orci) ci racconta che tutto quello che avevamo visto su Star Trek, in tv o al cinema, è avvenuto; un buco nero però catapulta il signor Spock indietro nel tempo e si troverà a riguardare sè stesso da giovane e, nel momento più alto del film, ad incontrare James Kirk, il suo più grande amico, che per il momento è invece odiato dal nuovo Spock.
Difficile spiegare a parole un’invenzione così interessante che può essere compresa soltanto da chi ha visto il film (e se anche ha un po’ di conoscenza della saga precedente non fa male) e che ha la sua carta vincente nell’essere una scelta totalmente intrisa di quella fantascienza di cui il film è pieno da strabordare quasi oltre i margini dell’inquadratura.
Ennesima conferma del genio assoluto di J.J. Abrams (creatore di opere divine quali Lost, Cloverfield, Alias e il nuovo arrivato Fringe), Star Trek rilancia non soltanto la saga ideata da Gene Roddenberry (al quale il film è dedicato) ma l’intero immaginario della fantascienza contemporanea, omaggiando quella classica alla quale ogni sequenza porta un rispetto davvero raro e quasi spirituale.
Star Trek non si ferma un attimo dall’inizio alla fine: un ritmo perfettamente orchestrato dalle sapienti mani del regista (anche) del sottovalutato, e interessante, Mission Impossible:3, che ci accompagna a bordo dell’astronave Enterprise e della sua missione decennale; grazie anche a degli effetti speciali che toccano apici finora mai raggiunti dalla settima arte.
C’è divertimento, c’è esaltazione, c’è spettacolo, c’è un grande ragionamento sul cinema di genere (omaggi e forme intertestuali sull’universo della fantascienza incalcolabili) e non solo.
In Star Trek c’è anche lo spazio per la commozione quando un toccante Leonard Nimoy, rimasto solo a (ri)vedere i trionfi di sè stesso da giovane e del suo (ancora non) amico James Kirk, pronuncia, mentre il celebre motivo di Jerry Goldsmith si prepara nuovamente ad essere eseguito, forse per l’ultima volta la fatidica frase: «Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise. La sua missione è quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare dove nessuno è mai giunto prima».
Avevamo lasciato Lars von Trier nel 2006 con Il grande capo, pazzesca metafora sulle reazioni diverse del pubblico nei suoi confronti, simboleggiate dai dipendenti che lavoravano per quel "grande capo" che altro non era che lo stesso regista danese.
Già, le diverse reazioni del pubblico e della critica dicevamo... chiunque conosca minimamente il cinema e non sia stato su un altro pianete negli ultimi vent'anni saprà bene che von Trier è uno dei (ma si potrebbe dire "il") registi più discussi del cinema contemporaneo. Portato a suscitare reazioni estreme, di odio e d'amore, d'ira e di gioia. C'è chi (e ne conosco molti) lo ucciderebbe se lo vedesse per strada e c'è chi (e ne conosco altrettanti) ha messo il suo santino sul comodino.
Se il celebre Emanule Carrère di Positif l'aveva definito: "Un genio, un prodigio, l'Orson Welles degli anni '80"; Roberto Silvestri de Il manifesto rispondeva con: "Il Leni Riefenstahl moderno, il vettista fallico del postmoderno". Ma questi sono soltanto due esempi opposti per mostrare quello di cui si sta parlando.
Tutti i suoi film hanno scandalizzato, tutte le sue opere hanno diviso, tutti i suoi lavori hanno suscitano reazioni estreme (positive o negative che fossero), ma forse mai nella filmografia del regista siamo arrivati al punto raggiunto da Antichrist, presentato nei giorni scorsi al Festival di Cannes, che avrà sconvolto chiunque si sia trovato in rete a leggere delle recensioni sul film. Dall'esaltazione assoluta al dileggio... dalle risate della presa in giro alle lacrime della commozione...
Avete letto sul vostro quotidiano di fiducia che le reazioni erano unanimi? O al telegiornale? Ci avete davvero creduto? L'ultimo film di von Trier è in realtà una divisione unica di commenti e recensioni che passano da un estremo all'altro.
Già questo basterebbe a farci capire che Antichrist è un'opera riuscitissima per il tipo di cinema di von Trier, ma questo lo vedremo venerdì. Intanto, vista l'eccezionalità dell'evento (le recensioni al film così estreme), abbiamo deciso di trascriverne qualcuna per dare un'idea delle reazioni:
"Mai finora un uomo e una donna si erano inflitti tano male l'un l'altra in un film. Noi guardavamo increduli. (...) Che il film sia bello, brutto o grandioso va oltre al punto della questione. Si tratta di un audace sputo nell'occhio della società. (...) Von Trier non ha fatto un film sulla violenza, quanto un film per infliggere violenza su di noi, forse come esperienza salutare. Ne sono convinto: è il film più disperato che abbia mai visto"
Roger Ebert-Chicago SunTimes
"Visivamente stupendo e pullulante di grandiosità"
Peter Brunette-Hollywood Reporter
"Una delle più grandi debacle nella storia del Festival di Cannes, e il totale collasso di un importante artista cinematografico. (...) Antichrist sarà senza dubbio di grande imbarazzo per la carriera delle star Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg, e una possibile conclusione della carriera di Von Trier. (...) Una delle più grandi calamità comiche non volute che abbia mai visto"
Jeffrey Wells-Hollywood Elsewhere.com
"E' una provocazione dall'aspetto allettante, quasi pubblicitario, con uno strato di allegoria pseudo-cristiana infilato tanto per respingere ragionevoli accuse di misoginia. Il colmo è che il regista dedica il film alla memoria del grande regista russo Andrei Tarkovsky - praticamente, come mostrare il dito medio al pubblico di Cannes."
Entertainment Weekly
"Il cinema all'apice delle sue possibilità estreme. Capolavoro assoluto. 5/5"
Daily Telegraph
"Travolto da un progetto così ben calcolato, penso di aver amato il film, ma potrei essere stato accecato dall'audacità di questa folle idea. Come molti spettatori della proiezione di questa sera, dovrò lasciar riposare questo film per un po' - nei miei incubi, probabilmente"
The Wrap.com
"Penso mi sia piaciuto. Vedete, questo è il problema: Antichrist è un casino. Positivo? Negativo? Non so rispondere neanche io a questa domanda (magari lo deciderete voi), tuttavia guardare questo film è semplicemente esilarante. Quello che non riesco a capire è se mi sia piaciuto o meno"
Alex Billington-First Showing.net
"Manipolatorio e scorretto, gioca con i generi (l'horror e il romantico) e lo spettatore in modo sporco, a tratti meschino, "si fa male" ma riesce anche a far male, cercando il miracolo dell'osceno. Prendere o lasciare. Ma nel panorama omogeneizzato e politically correct di tanto cinemae’ qualcosa. Qualcosa, se non altro, contro cui battersi"
Federico Pontiggia-La rivista del cinematografo
"L'ultimo delirante capolavoro di Lars von Trier varca le frontiere del lecito elaborando il lutto attraverso il sesso esplicito e la stregoneria."
Ciak
"Ieri alla proiezione stampa c'è chi l'ha amato paragonandolo a Kubrick (...) e invece c'è chi l'ha detestato in pieno fischiandolo sonoramente (...). Per noi è un cineasta già vecchio".
Simone Emiliani-Sentieri selvaggi
"Voto: 1/5"
Wendy Hide-Times
"Bello, violento, e da brividi. (...) Antichrist è il film più originale e provocatorio che von Trier ha realizzato dalle Onde del Destino. Detto questo, potrei cambiare idea domani mattina - altra ragione per cui questo film è notevole. Voto: 9 su 10."
Movieline
"Quello che sorprende di più, diAntichrist con tutte le sue manipolazioni, i vezzi, gli sberleffi e gli scherni autoriali, è la schiettezza di Lars von Trier uomo, che magari furbescamente ma pubblicamente e sentitamente ha esplicitato e messo a nudo le sue paure e i suoi lati oscuri (o quelli che gli sono stati affibiati). Perché la manipolazione e la strutturata finzione di cui si fa forte von Trier regista era già stata implicitamente confessata ne Il grande capo ma mai forse si era entrati in un terreno tanto personale. Perché se fino ad ora la misoginia e il rapporto conflittuale con il sesso mostrato dal danese nei suoi film sono state oggetto di borbottii e considerazioni più o meno esplicite ma non hanno mai forse rappresentato il perno della discussione critica, con Antichrist l’argomento deflagra clamorosamente. Ma questa volta von Trier lo fa in maniera quasi commovente nella sua spietatezza, nella sua clamorosa (in)sincerità, nel suo mettere a nudo e martoriare i personaggi, rappresentandosi in loro, sottoponendo chi guarda e sé stesso ad una sorta di impietosa autoanalisi, tanto disturbante nei suoi ricercati estremismi quanto toccante nella sua folle lucidità. Come nelle immagini finali dove ovviamente Dafoe è von Trier, e viceversa."
Federico Gironi-Coming Soon
"Con Antichrist, è come se Lars Von Trier deliberatamente cercasse di abusare della critica"
Todd McCarthy-Variety
Queste sono soltanto alcune delle recensioni che si trovano in giro per la rete, e non solo, e che portano Antichrist ad essere uno dei film più discussi degli ultimi anni e ad un'attesa eccitante che durerà ancora soltanto pochi giorni. Il film uscirà nelle sale venerdì prossimo.
Cosa vedremo? che reazione avremo? Bisognerà essere pronti a tutto. A prenderlo in giro e a esaltarlo urlando in mezzo ad una sala vuota, a distruggere le poltrone per l'ira e l'odio che ci metterà addosso e a commuoverci di fronte ad un film straordinario.
Pronti a dargli qualsiasi voto. Può essere tranquillamente un 1/4 e altrettanto tranquillamente un 4/4.
Le reazioni saranno violente e se ne parlerà a lungo... e questo è il grandissimo merito che tutti (detrattori ed estimatori) devono riconoscere a quel genio assoluto e a quel becero arrogante di von Trier.
E intanto Lars in questi giorni, leggendo queste critiche, sta ridendo. Madonna se sta ridendo...
Chimy: Il film (per la maggior parte delle persone) più atteso del festival. Oscar 2008 per il miglior film straniero su Valzer con Bashir, La classe e il nostro Gomorra... per fare qualche nome. Departures è un film che bisogna ammettere essere decisamente interessante. Un viaggio alla scoperta dei rituali funebri giapponesi e, in particolare, alla preparazione dei defunti per la loro “partenza”. Estremamente efficace e funzionale nelle parti più divertenti e grottesche, Departures risulta meno efficace nei momenti che vogliono essere (e solo in parte ci riescono) più commoventi e melodrammatici. Poco equilibrato fra i registri, ma certamente di buon livello nelle singole parti che però risultano in alcuni momenti difficilmente amalgamate e amalgamabili. Ottimo cast e costantemente buona la fotografia. Oscar comunque nettamente immeritato per un’opera che convince a metà. Naturalmente è stato anche il vincitore (anche qui premio molto discutibile) del Feff 2009, che ricordiamo essere decretato dal pubblico.
Para: Oscar immeritato e premio Feff ancor meno meritato. Departures unisce un ottimo cast ed una buona regia a momenti che appaiono troppo posticci. Il dramma personale del protagonista, e i piccoli drammi delle famiglie in lutto non risultano altrettanto riusciti quanto tutte le situazioni più grottesche e divertenti. Di buono c’è che è un inno alla vita che parla di morte.
Rough Cut – Jang Hun
Chimy: La sorpresa lieta del festival. Esordio promettente per uno dei pupilli di Kim Ki-duk che qui produce e scrive la sceneggiatura (e si vede!). Riflessione estremamente interessante sulla natura della violenza in relazione alla rappresentazione di questa sullo schermo e nella realtà. Davvero ottimo nella prima parte si va un po’ a perdere nella seconda, che però si rialza con una citazione perfetta a Bad Guy e ad un immaginario tipico del regista che aveva esordito col bel Crocodile. Molto macchinosa l’ultima parte, ma nel complesso un film soddisfacente che fa ben sperare per il futuro del giovane regista coreano.
Para: con Rough Cut si capisce che c’è qualcosa di intelligente alle spalle. La sceneggiatura di Kim Ki-duk è il punto forte del film, un film che risulta tutto sommato godibile, a parte qualche momento in cui l’accompagnamento musicale, unito alle battute dei protagonisti, rende tutto un po’ posticcio.
Horror Day
Chimy: Inutile dividere i titoli ed ormai inutile anche guardarli poichè sono anni che l’horror day udinese procede stancamente nel corso della sua giornata senza alcun tipo di guizzo o di motivo d’interesse. Ormai sembra che in Asia gli horror li facciano solo in Thailandia e in Indonesia... forse è vero, ma li fanno davvero male. Evento da eliminare.
Para: sottoscrivo. Piccola nota a margine è il film Rathree Reborn, terzo episodio di una serie di film Thailandesi in cui viene unito horror a commedia demenziale. Ovviamente vincente la parte demenziale, assolutamente dimenticabile la componente horror, che si limita a riproporre di continuo il trend di “faccia brutta che appare sullo schermo con urlo e rumori a manetta”.
Crush and Blush – Lee Kyoung-mi
Chimy: Dopo il film prodotto da Kim Ki-duk c’è stato quello scritto e “protetto” da Park Chan-wook con risultati però molto diversi. Se in Rough Cut si toccavano tematiche importanti e si sentiva la mano di un regista bravo, seppur esordiente, non si può dire lo stesso con questo film abominevole privo di qualsiasi guizzo cinematografico o di motivi che potrebbero portarci a parlarne maggiormente. Inutile e da dimenticare.
Para: commedia inutile e noiosa per donne isteriche/represse/depresse.
Fiction – Mouly Surya
Chimy: Il film peggiore del festival che conferma come il cinema indonesiano ancora non riesca a produrre lavori minimamente interessanti. Procede stancamente fin dai primissimi minuti, vorrebbe essere una sorta di thriller psicologico ma l’unica inquietudine che è riuscito a creare è quella di quando, guardando l’orologio, ci siamo accorti che mancava ancora un’ora prima dei titoli di coda.
Chimy: Un film che fa dell’essere “diverso” il suo punto di forza. Una trama e una regia che si distaccano dalla standardizzazione del cinema cinese degli ultimi anni per un prodotto che però oltre alla sua particolarità non riesce ad avere altre qualità che l’avrebbero portato ad innalzarsi ad uno dei film migliori del festival. Un interessante soggetto va a scontrarsi con risvolti narrativi di una sceneggiatura molto costruita a tavolino per far nascere riflessioni pseudo-intellettuali ma poco sincere. Parla di sentimenti importanti, ma purtroppo al film mancano in buona parte. Peccato, poteva essere un lavoro di alto livello.
Para: una taxista cerca da quattro anni il suo ex che l’ha abbandonata senza motivo, per farlo mostra le sue foto a tutti i clienti che incontra, a cui narra anche numero e testo delle lettere che il suo ex continuaa spedirle per qualche oscuro motivo. Prima metà da grandissimo film, con regia frammentata come le informazioni che abbiamo noi e la protagonista (Zhou Xun, bellissima e bravissima), seconda parte che si adagia sul cercare di rispondere ad alcuni interrogativi. In totale un film per metà tesissimo e bellissimo che vince per qualità intrinseche e anche perché per una volta non è il solito film cinese.
The Good, the Bad, the Weird – Kim Jee-woon
Chimy: Spari e confusione per un film delirante che omaggia Sergio Leone soltanto nel titolo poichè privo della classe, della grazie e della cura registica dell’immenso regista di C’era una volta il west. Molto incentrato sul colpire lo spettatore, si perde di vista completamente ogni forma di attenzione per una sceneggiatura inefficace e priva di fondamenta. Unica nota davvero positiva la presenza Song Kang-ho che cerca di alzare il film con tutto il suo talento comico-espressivo. Come spesso avviene coi film di Kim Jee-woon la visione si conclude col pensiero di aver visto un’opera che, seppur ben girata, ha davvero poco senso di esistere.
Para: un film che si presenta come un omaggio a Sergio Leone, ma che poi non ha nemmeno un omaggio a Sergio Leone era difficile da fare e Kim Jee-woon ci è riuscito. Azione continua fine a sé stessa, un film d’intrattenimento che intrattiene poco, complice la durata di 130 minuti. Almeno se vuoi divertire e intrattenere, tieniti sui 90 minuti. Film inutile.
The Story of the Closestool – Xu Buming
Chimy: il classico film cinese del nuovo millennio attento al sociale, ai cambiamenti in Cina e ai rapporti famigliari che spesso perde di vista il ritmo cinematografico. Stancante.
Para: solito film cinese che mette in scena nel solito modo un qualcosa di diverso nell’apparenza ma non nella sostanza. La protagonista si innamora dei water all’occidentale e lavorerà per costruirsene uno in casa, dicendo addio al vaso da notte. Solite questioni di comunità, sviluppo, lavoro, famiglia.
Love Exposure – Sion Sono
Chimy: il film del Feff 2009. Lo pensavamo tale e ne abbiamo avuto la conferma. Opera-monstre di quattro ore che è soprattutto un’esperienza all’interno dell’universo del giappone contemporaneo e in particolare delle sette religiose; ma è anche un viaggio all’interno di diversi generi e registri cinematografici perfettamente orchestrati ed equilibrati dal bravissimo Sion Sono. Ottimo cast e ottima regia per un film che fa però soprattutto di una sceneggiatura geniale e profondissima il suo grande punto di forza. Pochi cali nel corso di quattro ore di visione compensati inoltre da momenti di altissimo cinema, tra cui una prima parte (il film è diviso a capitoli) che è fra le cose migliori viste sul grande schermo negli ultimi anni. Sion Sono, come già nel bel Suicide Club, utilizza l’orrore (in questo caso l’ipocrisia religiosa) per raccontare il mondo e gli anni in cui stiamo vivendo. Speriamo di parlarne più ampiamente in seguito anche perché Sion Sono è uno dei fenomeni più interessanti del cinema asiatico contemporaneo e merita tutta l’attenzione che fin’ora (almeno in Europa e soprattutto in Italia) ha faticato ad avere fino in fondo.
Para: un incipit di un’ora e un quarto da applausi scroscianti, prime due ore e un quarto brillanti e ottime, un’ora che si adagia in una dimensione più intima e riflessiva, e un’altra ora finale da applausi. Quattro ore mai così piacevoli, una sceneggiatura da maestro assoluto della narrazione unita ad una regia che nelle parti più brillanti ha ritmi da orologio. Sequenze che sono già di culto e una continua commistione perfetta tra comicità, umorismo e dramma familiare e sociale. Love Exposure è il miglior film visto al Feff e decreta Sion Sono come uno dei registi giapponesi migliori di questi anni. Ripetiamo di nuovo una cosa importanta: dura 4 ore 4 ma volano come fossero 2.
The Accidental Gangster – Yeo Kyun-dong
Chimy: Divertissement privo di qualsiasi spessore che cerca di divertire, ma arriva anche ad irritare in momenti melodrammatici che si prendono troppo sul serio.
Para: Concentrato di arti marziali, comicità ed estetica pop con una bella colonna sonora di rap coreano che però crolla inesorabilmente quando, all’improvviso, diventa seria e drammatica senza alcun senso ed utilità.
Yatterman – Takashi Miike
Chimy: C’era un po’ di preoccupazione per questo film visto le non sempre ottime prove di Miike quando si trova a gestire film commercialissimi con budget molto elevati. Invece Yatterman è il film giusto da fare per il soggetto (la serie TV) da cui è tratto. Giustamente delirante e divertente, Miike riesce bene anche a tratteggiare i personaggi protagonisti delle vicende in poco tempo, seguendo il filo della trama originaria ma aggiungendovi un finale assolutamente Miikiano. Certamente imperfetto e privo della profondità dei film del regista che più amiamo, Yatterman è un film onesto che dichiara fin da subito quali sono i suoi intenti. Seppur personalmente continui a rimpiangere (e molto) il Miike di qualche anno fa che faceva della filosofia il suo punto di forza, Yatterman è da inserire insieme a Departures e Rough Cut fra i film visti al festival non perfetti, ma comunque molto interessanti. Gruppetto che sta dietro soltanto a Love Exposure che, ripetiamo, ha uno spessore che il resto della ciurma non sembra proprio aver voltuo cercare di conoscere.
Para: Hype altissimo ma aspettative basse, il tutto ripagato da un ottimo Miike che si diverte e diverte riproponendo in live action quel culto quale è Yatterman (da noi Yattaman). Azione, mecha design divertenti e continui rimandi al prodotto animato originale. Una goduria per i fan della serie animata, per i nostalgici e per i fan di Miike, complice un pre finale assolutamente Miikiano. Miike è riuscito ad amministrare una quantità di materiale che avrebbe messo in crisi chiunque altro tirando fuori un prodotto fresco, sincero ed originale. Grande Miike!
Prima di chiudere questo capitolo Feff, nell’attesa del prossimo anno, è indispensabile salutare e ringraziare alcuni compagni di bei momenti udinesi, cioè Weltall e la sua ciurma, composta da Rosuen, Shiho, Deiv e Nick; poi Marzia e gli altri grandi cinebloggers presenti Erica, il Murda, Kekkoz e Rob. Grazie a tutti! :)
Oggi CINEROOM compie due anni di vita! Anche se siamo a Udine ci sembrava bello e giusto festeggiare l'evento postando questa foto dell'eterna Marylin che soffia una candelina...
Due anni in cui sono successe tante cose, sono passati grandi film...e soprattutto abbiamo avuto grazie a questo blog delle grandi soddisfazioni!!!
Un grazie a tutti gli amici di CINEROOM che hanno commentato o che semplicemente sono passati a visitarci in questi due anni! Stasera brindiamo con voi!!!!
Ed eccoci nuovamente pronti per raggiungere la bella Udine! In ritardo di qualche giorno rispetto all'inizio del festival, anche quest'anno, da domani fino a domenica, parteciperemo ad una sfilata di cinema popolare asiatico, nella speranza di assistere a grandi film.
Ovviamente, come dalla migliore tradizione Cineroom, vi faremo sapere le nostre impressioni con le classiche mini recensioni festivaliere.
Giusto per non lasciarvi a bocca asciutta vi salutiamo proponendovi i nostri due hype del festival!
Buona settimana a tutti!