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"Il cinema è l'arte di scolpire il tempo" Andrej Tarkovskij


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Voti

Abominevole 1 su 4
Chimy - Para
-
Pessimo 1.5 su 4
Chimy - Para
-
Brutto 2 su 4
Chimy - Para
-
Mediocre 2.5 su 4
Chimy - Para
-
Buono 3 su 4
Chimy - Para
-
Gran Film 3.5 su 4
Chimy - Para
-
Capolavoro 4 su 4
Chimy - Para



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giovedì, 19 novembre 2009
Torino Film Festival 2009 primo resoconto

Ottima edizione quella 2009 del Torino Film Festival, che ha già regalato un ampio numero di pellicole interessantissime; anche se vista la quantità enorme di film è davvero difficile stare dietro a tutto.

In questo primo resoconto i film più attesi presentati a Torino, mentre nel secondo (che metteremo domenica pomeriggio) si parlerà degli altri lavori meritevoli d'interesse:


Nowhere Boy di Sam Taylor Wood


Film d'apertura del TFF incentrato sull'adolescenza di John Lennon e diretto da un'esordiente, "Nowhere Boy" è un lavoro discreto e, forse, superiore a quanto ci si poteva aspettare.
Se nelle parti narrative più tradizionali si rischia a volte di sfiorare il patetico, molto riuscite sono le sequenze onirico-sperimentali dei sogni e dei ricordi del giovane Lennon, dove la regista dimostra di essere stata un'ottima artista visuale negli anni '90.
Buono il cast, in cui svetta una grande Kristin Scott Thomas nella parte della zia del protagonista.


Voto: 2,5/4


Le refuge di François Ozon


Ottimo lavoro di Ozon che torna a trattare una delle tematiche che più ha sviluppato nel corso della sua carriera: l'elaborazione del lutto. Se in "Sotto la sabbia" a perdere il marito c'era Charlotte Rampling, ora in "Le refuge" c'è un'altrettanto brava Isabelle Carré.
Il film si apre con Mousse e Louis, giovane coppia parigina, che conducono una vita segnata dalla dipendenza dalle droghe.
Una mattina, entrambi privi di sensi, vengono ricoverati in ospedale: Louis muore per overdose, mentre Mousse riesce a sopravvivere e scopre allo stesso tempo di essere incinta.
In quel momento la ragazza capirà che il suo uomo continuerà a vivere con lei. Nel suo grembo materno.
Film toccante ed elegante.


Voto: 3/4



Police, Adjective di Corneliu Porumboiu


Secondo film del regista di "A est di Bucarest", "Police, Adjective" mostra nei primi 10-15 minuti quale sarà l'interessa essenza narrativa del film: un poliziotto che si rifiuta di obbedire agli ordini dei suoi superiori che vogliono vederlo arrestare un giovane ragazzo, che si pensa essere uno spacciatore.
Il resto del film è un'estenuante ripetizione di questo concetto, sviluppato tramite delle riprese lunghe che non riescono a portare a niente, a parte la noia.


Voto: 1,5/4



Fantastic Mr.Fox di Wes Anderson


Riuscitissimo incontro fra Wes Anderson e l'animazione (in stop motion), "Fantastic Mr.Fox" è un'opera intelligente e divertentissima.
Si sente in ogni scena la presenza del regista de "I Tenenbaum" a tirare i fili (fatto straordinario se si pensa al passaggio dal "live action" all'animazione), e volpi, tassi e opossum hanno le caratteristiche e le psicologie dei personaggi dei precedenti suoi film.
Davvero un peccato che in Italia (sembra) arriverà soltanto in aprile.

Voto: 3/4


Kinatay di Brillante Mendoza


Film premiato all'ultimo Festival di Cannes con il premio alla migliore regia. Attendiamo motivazioni...
"Kinatay"
racconta ventiquattr'ore nella vita di Peping, studente di vent'anni che vediamo (durante il giorno) sposarsi con una ragazza ancor più giovane di lui che gli ha però già dato un figlio, ma che per guadagnare dei soldi facili per la sua nuova famiglia va ad accettare un lavoro (durante la notte) ben pagato, senza sapere quello a cui andrà incontro.
La regia di Mendoza è ripetitiva e totalmente autocompiaciuta.
Nemmeno le scene di violenza estrema della seconda parte riusciranno a ravvivare uno spettatore che faticherà enormemente a rimanere concentrato dopo un interminabile viaggio in automobile, mentre Peping e altri uomini stanno trasportando una prostituta appena rapita presso una casa isolata.
Qui verrà prima torturata, poi uccisa e, infine, tagliata a pezzetti: tutto questo mentre la regia di Mendoza prosegue il suo lentissimo corso.
Peccato perché per il tema (e la sua importanza social) poteva diventare davvero un film importante, rovinato proprio da quella regia che Cannes ha voluto premiare.

Voto: 2/4


Tetro di Francis Ford Coppola


In assoluto il miglior film del festival, è (dopo "Un'altra giovinezza, rispetto alla quale è ancor più riuscito) una nuova opera personalissima, sperimentale e coraggiosa del grande Francis Ford Coppola che, arrivato a settant'anni, continua a portare il cinema verso il futuro.
Profondo nel tratteggiare i rapporti famigliari dei protagonisti, in cui spicca un immenso Vincent Gallo nella parte di Tetro, il film è anche una riflessione cinematografica sulla luce, sul colore e (prestateci attenzione quando lo vedrete) sul sonoro.
Da venerdì sarà in sala e quindi è giusto non aggiungere altro.
Per chi l'ha visto a Torino c'è stata la soddisfazione di poter andare a vedere "Tetro" e non "Segreti di famiglia", titolo che avrà nelle nostre sale.


Voto: 3/4



Chimy


venerdì, 13 novembre 2009
Torino Film Festival 2009: come al solito, tanta, tantissima carne sul fuoco.


Anche quest'anno CINEROOM vi delizierà con i consueti mini resoconti sulle visioni al Torino Film Festival, che si conferma nuovamente come uno dei festival dal programma più ampio e vario.
In attesa dei primi resoconti del Chimy (il Para non riuscirà a seguire interamente il festival) vi lasciamo con i due illustri premiati alla carriera di quest'anno: Mr. Francis Ford Coppola e il Sig. Kusturica.

Nemico pubblico: Micheal Mann e il suo H(eat)D

Con Nemico Pubblico, Micheal Mann sembra aver voluto riaggiornare Heat - La sfida. Anche qui, infatti un poliziotto vuole catturare un rapinatore di banche.

Ma Micheal Mann, al contempo, ha chiuso quella che può essere considerata una trilogia. Collateral, Miami Vice e Nemico Pubblico non sono soltanto tre film girati in digitale, ma tre film in cui si muove una coppia di personaggi. Se in Collateral il bene e il male collaborano (e scambiano i ruoli), e in Miami Vice non c’è una distinzione netta tra bene e male, in Nemico Pubblico il bene e il male tornano a giocare a guardia e ladri, come in Heat.

Ma non è così semplice, John  Dillinger è sì un rapinatore, ma il suo personaggio è, a differenza di Purvis, umano, perché si permette di voler amare. Ma, come dalla migliore delle tradizioni, è un personaggio femminile a decretare la sconfitta dell’eroe, come in tutta l’epica statunitense, anche se qui siamo di fronte ad un fatto di cronaca più o meno recente. Ma in fondo, l’epica prende spunto dalla realtà. Perché se l’epica americana è asessuata, e la donna rappresenta la civiltà degli impegni, l’eroe dovrebbe rifiutarla, ma non può, anche se ne pagherà le conseguenze. E così John  Dillinger,anche se verrà tradito da un’altra donna, torna nella tana del lupo per la sua amata.

La storia di John Dillinger, nemico pubblico numero 1, eroe mediatico (radio e giornali) degli anni Trenta, viene affrontata da Mann con estetica iperrealista. Non più l’iperrealismo della notte di Los Angeles, o l’iperrealismo (contraffabile) di Miami Vice, ma un iperrealismo che tende a nascondersi quanto a farsi vedere. L’utilizzo del digitale, e l’intervento continuo con zoom, con inquadrature “impossibili” e con certa illuminazione, in un’ambientazione anni Trenta, arriva quasi a ridurre la distanza temporale e culturale che divide lo spettatore dalla diegesi, rendendo la storia di John Dillinger una storia attuale. L’operazione di Mann (e di Dante Spinotti, direttore della fotografia), quindi, di sfruttare il digitale (e una certa regia) per attualizzare un cinema del (e nel) passato, è di assoluta rilevanza. Perché Nemico Pubblico, come in qualche modo Heat, è, oltre che un noir, un western, dove il rapinatore e la sua banda lottano contro uno sceriffo disposto a tutto (ma che rispetta la dignità della donna), accompagnato da uomini senza mezze misure (texani o del sud), con addirittura l’innamoramento del protagonista di una donna (di origine) indiana.

Ma Nemico Pubblico, come da tradizione Mann, mette in scena personaggi che si scrivono con le proprie azioni, e mai totalmente inseribili nelle categorie in cui dovrebbero, per tradizione, iscriversi. Nel finale Purvis, nonostante sappiamo essere tiratore infallibile (lo sappiamo dalla prima scena in cui appare), non spara a Dillinger, di spalle (e in quella prima scena lo aveva invece fatto), ma ci penseranno i compagni texani, che lo colpiranno a tradimento, senza scrupoli, dopo che Dillinger rivedrà se stesso in Le due strade di Van Dyke, con un sorriso compiaciuto nel vedersi nei panni di Clark Gable. Soltanto che al posto di reinserire se stesso nelle dinamiche della cultura statunitense, facendosi arrestare, si lascia uccidere senza opporre resistenza. La sua umanità sarà custodita da una semplice frase, quel «Bye bye blackbird» che uno spietato poliziotto texano andrà a riferire alla donna che Dillinger amava.

 

Para

Voto Para: 3/4

 

 

Voto Chimy: 3/4

martedì, 03 novembre 2009
Hype di novembre 2009: fra tradizione e innovazione

L'hype del Para:



L'hype di Chimy:


Postato da: parachimy a 14:10 | link | commenti (22)
hype

lunedì, 02 novembre 2009
Brüno: studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione dell'Austria.

La recensione di Brüno del Para è qui, su Paper Street.

giovedì, 29 ottobre 2009
Il nastro bianco: il germe del nazismo nel trattato di Haneke

Sergej Ejzenstejn, uno dei più grandi teorici (e non solo registi) della storia del cinema, ha sviluppato importanti riflessioni sull’uso del colore sul grande schermo in un senso prettamente “culturale”: queste sue riflessioni possono anche collegarsi direttamente al film protagonista di questa recensione.

I colori, per Ejzenstejn, hanno un significato sempre culturale e mai assoluto: esprimono qualcosa all’interno di una determinata tradizione.

Il bianco ha, sempre tradizionalmente parlando, nella nostra cultura (a differenza della tradizione orientale dove il bianco è il colore del lutto) una natura positiva. Ejzenstejn segue questa linea nel suo film Il vecchio e il nuovo; ma invece in Aleksandr Nevskij lo usa in termini antitetici.

Il bianco positivo viene usato in contrapposizione, nel film del 1938, per rappresentare invece la crudeltà dei cavalieri teutonici, simboleggiati proprio dai lunghi mantelli bianchi; un espediente simile usato per Moby Dick, la grande balena bianca, da Melville nel suo celebre romanzo.

Michael Haneke nel suo ultimo film Il nastro bianco sembra riprendere questa tradizione culturale. Il (nastro) bianco caratterizza i bambini del villaggio come esseri puri, immacolati, incapaci di qualsiasi forma di “sporcizia morale”.

In realtà proprio dentro di loro vi è la forma di sporcizia peggiore: il germe della violenza e del nazismo che verrà.

Il nastro bianco sembra quasi un trattato filosofico: Haneke (come sempre) mostra pochissimo e lascia intendere molto sulla società, in divenire, che vuole rappresentare.

La grande ambizione contenutistica del film viene accompagnata da una fotografia memorabile: raggelante, magniloquente, solenne.

Un bianco e nero splendido unito a una regia sempre precisa fin nei minimi movimenti rendono Il nastro bianco un film esteticamente perfetto. Probabilmente ad un livello mai raggiunto prima dal geniale regista nato a Monaco di Baviera.

La freddezza estrema della fotografia, e del film in generale, crea però anche una sorta di barriera nei confronti di uno spettatore che fatica ad entrare fino in fondo nella vicenda.

Un film esteticamente perfetto, ma molto distaccato a causa anche di un uso eccessivo della voce narrante e pieno di una freddezza che, seppur voluta, non permette agli spettatori di “partecipare al film” come avveniva invece in Funny Games o in Niente da nascondere. Qui non vi è spazio per “giochi divertenti” da fare con il pubblico in sala, l’opera rimane sempre ben distante da loro.

Anche l’inquietudine per quello che (non) stiamo vedendo raggiunge lo stomaco del pubblico soltanto raramente; rimaniamo a bocca aperta più per delle immagini magnifiche che per la scoperta che dietro i visi candidi di quei bambini si nascondano le prime perversioni che in futuro cambieranno in negativo la Storia.

Un’opera comunque necessaria. Formalmente perfetta e piena di quella purezza cinematografica che soltanto il bianco (e il nero?) può regalarci.


 

Chimy


Voto Chimy: 3/4

martedì, 27 ottobre 2009
Parnassus: Gilliam ha cercato di ingannare il diavolo.

Partiamo dalla fine. Heath Ledger è venuto a mancare prima della fine delle riprese, come tutti sappiamo, Gilliam e soci sono riusciti a ideare una trovata particolarissima per far proseguire ugualmente il film: Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell si sono alternati nella sua parte.

I problemi dovuti a questo cambiamento “in corsa” ci sono e si sentono all’interno della visione di Parnassus, ma soltanto nella conclusione (la parte con Colin Farrell): i difetti di una sceneggiatura che, anche se in piccola parte, è stata cambiata e i “vuoti” di un film che è stato interrotto e poi ripreso vanno ad accumularsi in una parte finale che risulta certamente sgangherata e sconclusionata.

Queste “incertezze”, oltre a essere più che giustificate da quello che è successo, riescono però ad andare completamente in secondo piano al termine della visione, perché Parnassus, prima della citata ultima parte, ha fatto vedere cose davvero egregie, trasmettendo agli spettatori un vero e proprio tourbillon di fantasmagoriche esperienze visive che potevano nascere soltanto dalla mente geniale di Terry Gilliam.

Il regista di Brazil ha realizzato con Parnassus una delle opere più personali di tutta la sua carriera: un insieme di tematiche e di tecniche registiche che hanno caratterizzato tutta la sua vita artistica. L’importanza della fantasia, del raccontare, dello sperimentare, sono motivi che vengono sviluppati nel film non soltanto dalle immagini, ma anche dalle parole pronunciate dai protagonisti.

I mondi che si celano dietro allo specchio magico di Parnassus hanno permesso a Gilliam di sbizzarrirsi dando libero sfogo alla sua fantasia che non è forse mai stata così positivamente senza freni.

Parnassus è per Gilliam quello che era stato per Tim Burton La fabbrica di cioccolato: le stanze/gli spazi si trasformano per i due in luoghi mentali dove la loro forza visionaria può uscire completamente senza dover più seguire alcuna logica razionale.

Parnassus, in senso più che positivo, è la masturbazione totale di Terry Gilliam.

A rendere però ancor più meravigliosi questi suoi mondi mentali trasposti sullo schermo un grande merito lo hanno anche gli attori di un cast davvero in stato di grazia: da Tom Waits a Christopher Plummer, da una bellissima Lily Cole a, soprattutto, un bravissimo Heath Ledger che, anche a costo di sembrare retorico, con una grande interpretazione, in un ruolo abbastanza inedito per lui, ci fa rimpiangere ancora di più la sua prematura scomparsa.

Se siamo partiti dalla fine nel mondo capovolto di Terry Gilliam è ora giusto concludere con l’inizio: forse la scena più bella del film, con l’arrivo dello spettacolo antico del Dr.Parnassus nella modernità della Londra contemporanea, fuori da una discoteca, luogo del divertimento superficiale dell’oggi, opposto proprio a quell’universo che mettono in scena i protagonisti del film.

Quando, qui, per la prima volta un ragazzo viene gettato oltre lo specchio, non possiamo che rimanere anche noi completamente affascinati dall’ingresso in quel bosco che pare di cartapesta, da quella meduse giganti e da tutti gli altri mondi che stanno all’interno del baraccone fantastico dell’immaginario del Dr.Gilliam. Perché naturalmente Parnassus è lui (e viceversa) e lo è da tutta la carriera.

 

Chimy

Voto Chimy: 3/4

 

 

           

 

Sarà il periodo, ma il cinema di oggi sembra volerci parlare, sempre più, di come il passato sia meglio del presente. E Parnassus non fa eccezione: Gilliam porta, palesemente, una realtà passata (lo spettacolo del Dr Parnassus, che è però finzione), all’interno della società presente. Una realtà passata che rappresenta la voglia di raccontare storie in un mondo dove di storie non se ne sente più il bisogno. Ma Parnassus non racconta la storia che deve sorreggere il mondo, bensì lascia che le storie vengano raccontate dai suoi pazienti, dalla loro stessa immaginazione, all’interno del suo specchio magico. Come non vedere in quello specchio uno schermo e nel Dr Parnassus un regista che mette in scena i pensieri altrui?

Ma Parnassus è, in quanto film, la messa in scena del pensiero (della storia) di Gilliam, arricchito o impoverito dalle vicissitudini produttive. Forse se ci fosse stato soltanto Heath Ledger il film sarebbe stato migliore, specie nell’ultima parte, ma non si può negare che il cambio di attori sembra una scelta precisa e coerente col personaggio di Antony Shepherd.

Forse il film vacilla un po’, è altalenante e, per assurdo, proprio nelle parti immaginifiche, la regia di Gilliam sembra farsi da parte rispetto alle affascinanti scenografie virtuali. Nelle parti cittadine, invece, come di consueto, Gilliam pone al centro la superiorità dei suoi personaggi, la superiorità del loro esser fuori luogo, eccentrici, strani, rispetto al mondo in cui si muovono (e rispetto allo spettatore), attraverso il ricorrente uso di contro plongée ormai inconfondibili.

Certamente non il miglior Gilliam, ma comunque una buona prova di cinema come somma di narrazione, fantasia, stupore e tecnica al servizio dell’immaginazione che, come ci ha abituato Gilliam, è davvero, sempre, senza confini.

 

Para

Voto Para: 3/4

venerdì, 23 ottobre 2009
Up: l'arte è... nell'aria

Up inizia con un cinegiornale, rendendo immediatamente palese quale sia uno dei suoi obiettivi: la rievocazione del passato.

Sia il film che il suo protagonista cercano di rievocare il passato, il secondo attraverso la concretizzazione di un sogno, il primo (il film) attraverso il riutilizzo di elementi (che appaiono cronologicamente) quali il cinegiornale, il cinema muto, il genere dell’avventura, la narrazione Disney.

Così la Pixar dimostra nuovamente come il discorso fondante del suo (ultimo) cinema sia la dialettica tra il cinema come storia (o come fenomeno spettatoriale) e la storia della narrazione. In Ratatouille era l’omonimo piatto a rappresentare il cinema, attraverso il critico-spettatore Anton Ego; in Wall-e era lo stesso robottino a rappresentare un cinema del passato come una tradizione da perseverare e proteggere come si dovrebbe fare con la nostra terra; e ora con Up è il film stesso a divenire un discorso sull’emozione dell’essere spettatori (e uomini).

Up si dipana con un discorso inverso a quello che viene intavolato nei primi 15-20 meravigliosi minuti di puro cinema, non solo muto (perché senza dialoghi), ma audiovisivo (perché fondamentale è la musica). In questa sequenza è efficacemente raccontata, dopo un breve incipit canonico e con dialoghi, la vita di una coppia dall’infanzia fino alla vecchiaia, condita di momenti felici e infelici, della gioia della speranza e del dolore della delusione (di non avere figli, di non poter tramandare e rivivere nella propria casa la gioia dell’infanzia). Questi primi minuti, come la parte fino alla “condanna” della casa di riposo per Carl, sono palesemente indirizzati ad un pubblico adulto, capace di metabolizzare e percepire l’emozione che significa vivere.

Pete Docter accelera la vita, toccando svariati punti, per portare lo spettatore, con il protagonista, a considerare e considerarsi rapidamente attaccati ad una situazione senza via di scampo (ma che verrà ribaltata, essendo cinema). Dalla partenza di Carl con la sua casa volante, invece, si regredisce verso l’infanzia, e da lì il film diventa un’avventura, anche disneyana, per tutti e per i bambini, che si immedesimano nel cinesino (un vecchio e un cinese, in un film anche sulle generazioni, non vi ricorda niente?), che si divertono coi cani parlanti (che parlano attraverso un mezzo, il collare, che è anche un ulteriore sottoriflesso del mezzo cinema, che rendere possibile l’impossibile, e che rievoca i ricordi, i sogni e le speranze, cioè quello che cerca di fare il protagonista) e che godono dell’happy ending, dopo le pregevoli sequenze d’azione e di divertimento. Così se la prima parte del film parla delle radici, che sono rappresentate dalla casa, la seconda parla del germoglio di quelle radici, rappresentate dalla leggera innocenza del palloncino, simbolo infantile, che può sradicare le radici e farle librare nel cielo, fino a render vivo il sogno d’infanzia. E il cielo diventa il tunnel spazio temporale per tornare indietro, attraverso una simbolica macchina del tempo (dei ricordi) volante. E il finale è l’unione materiale dell’anziano che ha potuto render vivo un sogno, e del bambino a cui va consegnato un testimone, una spilletta di latta, che è il passaggio del testimone della capacità di sperare, sognare, e vivere.

Nuovamente, la Pixar (che è diventata una firma, quasi indipendentemente da quale sia il regista di turno), è riuscita a fare propaganda (dopo quella morale di Wall-e) d’emozioni. E se qualcuno potrebbe dire Miyazaki, per il volo, per l’infanzia e per la speranza, forse si potrebbe soltanto dire che l’arte è nell’aria e ogni tanto, a qualcuno, capita di respirane un po’ a pieni polmoni.


Para


Voto Para: 3,5/4


Up: un titolo che diventa una particolare metafora della Pixar che ogni anno che passa riesce a salire sempre più su. È ormai impossibile riuscire a trovare ogni anno delle parole adatte a descrivere le meraviglie che ci troviamo davanti agli occhi quando bisogna recensire le nuove opere della Casa. Tutto era iniziato (nel campo dei lungometraggi) con Toy Story e le sue innovazioni, e lì si ritornerà l’anno prossimo con il già attesissimo Toy Story 3, per poi passare allo splendido A Bug’s Life e a una serie di altri film indimenticabili per grandi e piccini.

Forse la grande svolta è arrivata due anni fa, quando con il grandioso Ratatouille si iniziava un ragionamento sulla regia (a ricreare movimenti, e bellissimi, di una normale macchina da presa) che proseguì nel 2008 con il potentissimo Wall-E. La Pixar però non sembra fermarsi davvero mai, e il primo decennio del secondo secolo di vita del cinema (che ha visto la Pixar grandissima protagonista) si chiude con un film che forse riesce ad andare ancora più su (e, insieme a questo, una menzione speciale va al corto introduttivo Parzialmente nuvoloso che è un’ennesima meraviglia).

Up, un film con una forza narrativa talmente immensa che ci porta quasi a non accorgerci di una tecnica d’animazione sempre più avanzata, di una perfetta tempistica dei tagli di montaggio e di un uso del 3d mai invasivo ma estremamente efficace e avanzato.

Up è una poesia, le cui rime e i cui versi sono tracciati dal volo leggiadro di un palloncino. Up è un sogno: il sogno di una vita, il raggiungimento delle cascate Paradiso dove Carl ed Ellie avevano sempre voluto andare.

Up è un’avventura: la natura selvaggia, gli animali esotici, il volo verso luoghi sconosciuti, che da piccoli si potevano vedere soltanto al cinegiornale.

Up è una riflessione: sulla vecchiaia, sull’umanità stessa, sull’amore.

Up è il Cinema: in una delle sequenze più straordinarie del decennio, Pete Docter (già regista di Monsters & Co.) ci regala in pochissimi minuti la storia che hanno vissuto per tutta la vita Carl ed Ellie, dall’infanzia alla morte di lei. E qui, guardando il film, anche i più piccoli ci perdoneranno se non saremo in grado di spiegarli subito che quella donna anziana che fa fatica a scalare una collina era la bambina scatenata che c’era qualche secondo prima sullo schermo; ci perdoneranno vedendo che i nostri occhi, già estasiati di fronte alle meraviglia che stiamo ammirando, stanno davvero faticando a cercare di trattenere alcune lacrime.

 


Chimy


 

Voto Chimy: 3,5/4

martedì, 20 ottobre 2009
Halloween 2: la famiglia è per sempre

La recensione del Chimy è qui, su Paper Street. Si parla anche de L'incubo di Johann Fussli, qui di seguito in omaggio per voi.


La recensione del Para:

Da sempre l’incubo ricopre una posizione di assoluta rilevanza nella narrazione fantastica, specie nell’ambito della cinematografia horror.

Rob Zombie incentra il suo Halloween 2, seconda fase del progetto di riproposizione dello storico Halloween carpenteriano, attorno al sogno e all’incubo. E procede percorrendo due strade parallele.

Per il serial killer Michael Myers tutto ha inizio da un sogno, per lui magnifico, della propria madre, vestita di bianco, che accompagna un cavallo bianco percorrere un corridoio, anch’esso bianco. Questo sogno, che spesso diventa una visione, spinge Micheal a muoversi alla ricerca della sorella, per riunire la famiglia.

Se Micheal è spinto da un sogno meraviglioso, Micheal è portatore, all’opposto, di incubi. Onirici per la sorella, inconsapevole di essere legata carnalmente al carnefice che le tortura l’animo (e che l’ha perseguitata nel precedente film), ma reali per tutte le vittime del killer.

Curioso come Micheal Myers rappresenti l’incubo in carne ed ossa che si presenta nel massimo della propria ira la notte di Halloween, notte di veglia per eccellenza. Così, se l’incubo non può compiersi, in quanto ancora svegli, è necessario che di questo se ne occupi direttamente Myers.

Così il film si apre con la spiegazione del sogno di Micheal, con il raccordo al precedente film, e continua con un incubo che noi spettatori crediamo far parte dell’azione lineare del film. Questo incubo rappresenta una routine per la protagonista, i cui incubi si faranno progressivamente più nitidi e visionari, come a coincidere con l’avvicinamento del fratello, fino a diventare visioni materiali. E la frammentarietà del sogno e dell’incubo, si unisce la frammentarietà del raccordo tra le sequenze, realizzato con frammenti in flash forward.

Così il sogno di Micheal, tinto di candido bianco, diventa l’innesco dell’incubo per le sue vittime. Un cavallo bianco, il simbolo, e la madre, la figura, dell’innocenza, diventano in realtà simbolo e figura dell’incubo, il cavallo nella mitologia, e la madre nella psiche del killer.

Però, purtroppo, Halloween 2, nonostante il discorso, interessante e complesso che lo contraddistingue, ha i suoi problemi. Omicidi e tensioni sono palesemente collanti di una sceneggiatura non solida, con cui, oltre che contraddistinguere la pellicola nel suo genere, fare in modo di raggiungere in novanta minuti il bel finale.

Halloween 2, quindi, è un film che fa il suo discreto lavoro, e che ha la fortuna di contenere, come ci ha abituato Rob Zombie, un discorso, anche teorico, che riguarda sia il genere horror che il film stesso.

Non un gran film, ma almeno non è vuoto.

Para
Voto Para: 2,5/4

domenica, 18 ottobre 2009
Cineforum a Bresso stagione 2009-2010

Approfitto, anche quest'anno, dello spazio su cineroom per comunicare il programma (e invitarvi a venire) del cineforum di Bresso (paese attaccato a Milano) con il quale collaboro ormai da diversi anni (ma quest'anno ci sarà anche il caro Para per le presentazioni del ciclo sul cinema d'animazione!). Le proiezioni inizieranno il 22 ottobre e saranno tutti i giovedì (con qualche pausa) alle ore 21.00, al cinema San Giuseppe di Via Isimbardi 30, Bresso (MI).
In ogni serata ci sarà, prima della proiezione, una presentazione del film e, al termine della proiezione, una discussione dove tutti sono invitati a dire la propria opinione sulla pellicola appena vista. Insomma, un vero cineforum come (purtroppo) ce ne sono sempre meno.

Grazie e saluti a tutti


Chimy


Ecco il programma (quest'anno fatto con alcuni brevi mini-rassegne interne):


22 ottobre: Gran Torino di Clint Eastwood (mini-ciclo sull'integrazione)

29 ottobre: L'ospite inatteso di Thomas McCarty (mini-ciclo sull'integrazione)

5 novembre: Frost/Nixon di Ron Howard (mini-ciclo sul giornalismo)

12 novembre: Good Night and Good Luck di George Clooney (mini-ciclo sul giornalismo)

19 novembre: Two Lovers di James Gray

26 novembre: The Millionaire di Danny Boyle

3 dicembre: Il mondo di Horten di Bent Hamer (mini-ciclo sul mondo degli anziani)

10 dicembre: La famiglia Savage di Tamara Jenkins (mini-ciclo sul mondo degli anziani)

17 dicembre: Vuoti a rendere di Jan Sverak (mini-ciclo sul mondo degli anziani)

14 gennaio: Wall-E di Andrew Stanton (mini-ciclo sul cinema d'animazione contemporaneo)

21 gennaio: Valzer con Bashir di Ari Folman (mini-ciclo sul cinema d'animazione contemporaneo)

28 gennaio: Ponyo sulla scogliera di Hayao Miyazaki (mini-ciclo sul cinema d'animazione contemporaneo)

4 febbraio: Il papà di Giovanna di Pupi Avati

11 febbraio: I Love Radio Rock di Richard Curtis

18 febbraio: Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher

25 febbraio: Tulpan di Sergei Dvortsevoy

4 marzo: Il matrimonio di Lorna di Jean-Pierre e Luc Dardenne (mini-ciclo sulla figura femminile nel cinema e nel mondo di oggi)

11 marzo: Il giardino di limoni di Eran Riklis (mini-ciclo sulla figura femminile nel cinema e nel mondo di oggi)

18 marzo: The Wrestler di Darren Aronofsky

25 marzo: L'isola di Pavel Longuine

8 aprile: Si può fare di Giulio Manfredonia

15 aprile: Teza di Haile Gerima

22 aprile: Il treno per il Darjeeling di Wes Anderson

29 aprile: Sorpresa che verrà comunicata nel corso della rassegna



martedì, 13 ottobre 2009
Motel Woodstock: la presa di coscienza dell'evento

È la seconda volta, consecutiva, che la distribuzione italiana rovina il senso di un film di Ang Lee. Il precedente Lussuria toglieva al titolo originale (Lust, Caution!) quel geniale riferimento/presa in giro alla censura cinese che avrebbe presto cercato in ogni modo di fermare un’opera “tanto scandalosa”; ora abbiamo un titolo insipido come Motel Woodstock al posto dell’originale Taking Woodstock, tratto dal libro di Elliott Tiber e Tom Monte, i cui significati si possono comprendere soltanto a visione ultimata. Quella presa di Woodstock che è esattamente quello che Ang Lee vuole raccontare: il suo ultimo film non ci mostra infatti praticamente mai il celebre concerto, nè i cantanti che hanno preso parte all’evento; il regista taiwanese si concentra invece su come Woodstock è stato possibile, su quello che è avvenuto prima del concerto e su come è stato preso quel terreno da un giovane, Elliott Tiber (interpretato da un sorprendente Demetri Martin che, seppur con poche espressioni, rende molto bene la sorpresa di un ragazzo che ha contribuito a realizzare senza rendersene conto un evento memorabile), e da un ristretto gruppo di persone che l’ha aiutato nel suo intento. Meno perfetto formalmente dei precedenti film di Ang Lee, Motel Woodstock parte col freno a mano tirato, ma col passare dei minuti riesce a diventare un’opera interessante e piacevole da seguire; soprattutto quando arriva a raccontare (anche) la presa di consapevolezza del protagonista del mondo che lo circonda, che va ben oltre le mura del Motel dei suoi genitori. I personaggi di Liev Schreiber e Imelda Staunton contribuiscono poi alla creazione di un’opera divertente e delicata, dove a diverse sequenze “innocue” si alternano anche alcuni momenti estremamente emozionanti. Primo fra tutti la conclusione di un "trip da acido" del protagonista, dove la folla dei presenti si trasforma in un oceano vero e proprio: un momento in cui lo stesso Elliott prende finalmente coscienza che il centro stesso dell’universo, per tre giorni del 1969, si trovava proprio davanti ai suoi occhi. A Woodstock.


Chimy


Voto Chimy: 2,5/4

venerdì, 09 ottobre 2009
Bastardi senza gloria: il vero bastardo è il cinema di Tarantino.

Ha cercato di fare il suo capolavoro assoluto Quentin Tarantino, ce lo annuncia ben due volte nel corso di Bastardi senza gloria (già una era troppa), ma senza riuscirci (forse) per poco.

C’era una volta...nella Francia occupata dai nazisti: questo è il titolo dell’eccelso primo capitolo del film, vetta dell’opera e in assoluto fra i momenti più importanti di tutto la filmografia tarantiniana e, più in generale, del cinema degli ultimi anni.

Il respiro del western si fa vivo, tangibile, udibile, trasportato da motociclette tedesche che si sostituiscono ai cavalli americani; nella Francia del 1944 la minaccia non è più lo sputo di Henry Fonda, ora vi è la pipa di Christoph Waltz.

Il respiro del western esce poi leggero al termine del capitolo, soffiato fuori dalla luce di una porta che ci inoltra nei sentieri selvaggi che dovrà attraversare la giovane ragazza ebrea sfuggita alla carneficina; speranzosa che forse prima o poi Ethan Edwards arriverà a salvare anche lei.

Il mescolamento dei generi, i cambi di registro, sono ancora oggetto di importantissime riflessioni per Tarantino; anche se si è attenti a fare un “pasticcio” per palati più fini e delicati rispetto al sublime minestrone, che tutto ingoia e tutto fa ingoiare, di Kill Bill.

Non possono mancare i riferimenti alla storia del cinema, le citazioni e gli omaggi dove fondamentale è soprattutto il Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch, per un film dove è il cinema stesso a vincere, cambiando la Storia.

Non solo cinema di guerra, non solo western, ma anche (come ha sottolineato anche il ConteNebbia) la commedia sofisticata degli anni ’30 con i suoi dialoghi lunghi e taglienti: ed è forse qui che sta uno dei (pochi) difetti del film.

Dialoghi che a volte risultano eccessivamente piatti, tolgono dinamicità alla narrazione (e all’azione) allungando forse troppo la durata della pellicola. Se magnifiche sono le conversazioni nella locanda, in altri momenti (il dialogo al ristorante fra Shosanna e Landa o fra quest’ultimo e Raine prima dell’esplosione finale, ad esempio) manca quell’uso “magnetico” della parola spontanea che era molto presente in Grindhouse-A prova di morte. Questo cambiamento nello stile dei “tempi” filmici del regista ci mostra però anche come Tarantino abbia sempre il coraggio di rinnovarsi, di cambiare il suo cinema risultando sempre incisivo ad ogni pellicola (pochi film fatti, ma tutti assolutamente degni).

Come l’inizio, straordinario è poi il finale dove il volto gigante dello schermo che brucia ingoia Hitler, la guerra e la Storia stessa; dimostrandoci ancora una volta come Tarantino sappia e abbia capito da tempo che il Cinema è l’arte cannibalica per eccellenza.

 

Chimy

Voto Chimy: 3/4

 

 

Non facile proseguire il discorso dopo la bellissima recensione del Chimy. Indi per cui non lo farò: scriverei o una sottospecie di analisi o quello che, più o meno, è stato detto da molti altri cinebloggers.

Il motivo principale di questa scelta, però, è che oggi ho purtroppo letto una cosa che mi condizionerebbe, e finirei per ripetere molti dei concetti lì espressi. Questa cosa è l’osservazione/analisi di David Bordwell su Inglorius Basterds. Prendete e leggetene tutti. Per una volta lasciamo le considerazioni agli altri e parliamo solo in stellette (3,5) e in aggettivi: bellissimo, esaltante, veloce (Tarantino si riconferma un orologiaio Svizzero, ritmo precisissimo e senza mai un calo).

Unica considerazione: Tarantino brucia il cinema non da dentro ma da dietro. Arrogante, ci dice di aver fatto un capolavoro e ancor più arrogante brucia, letteralmente, vecchie pellicole per farle rivivere nuove, nel suo cinema. Brucia il cinema ma il cinema non muore, continua, proiettato anche sul fumo che lo stesso cinema alimenta bruciando. Cinema Immortale.

Para

Voto Para: 3,5/4

giovedì, 08 ottobre 2009
Il mio vicino Totoro: To to to totoro!

totoro1
La recensione del Para de Il mio vicino Totoro è qui, su Paperstreet!

domenica, 04 ottobre 2009
Hype di ottobre 2009: il "mese dell'anno"!

Oltre al resoconto alessandrino (che trovate sotto) oggi pubblichiamo anche gli hype del mese, forse mai così difficili da scegliere se si vuole fare il giochino di sceglierne solo uno a testa. Un mese mostruoso, pazzesco, esce di tutto...e di più.
I film potevano essere forse altri, ma sono questi
:

Hype del Para:


Hype di Chimy:



Postato da: parachimy a 16:35 | link | commenti (15)
hype

Resoconto da Alessandria su Quotidianisti vs. Bloggers

Quello che segue è un breve resoconto del match "Critici di carta contro critici di rete. Ma i bloggers fanno critica?" che nasce dai nostri appunti presi durante l' incontro/scontro e dai nostri freschi ricordi.
Ci scusiamo quindi se mancheranno delle parti magari importanti (e se non usiamo il discorso diretto) e ci auguriamo che presto sia disponibile on-line una versione con tutti gli interventi e tutte le parole usate dai protagonisti del dibattito.
Cercheremo anche di essere il più distaccati possibile nel fare questo resoconto, anche se le posizioni che difendiamo sono chiare a tutti :).

Ricordiamo i protagonisti: Paolo Mereghetti e Roy Menarini per i quotidianisti, la nostra Violetta Bellocchio e il nostro Andrea Bruni per i blogger e Luca Malavasi come arbitro imparziale del dibattito.

La parola va inizialmente a Paolo Mereghetti che dice che sia chi scrive su un quotidiano, sia chi scrive su un sito internet deve fare conto sempre sulla sua capacità di critico e deve, comunque, stare in rapporto con un "super-IO" che è la testata giornalistica, che non ti lascia scrivere le prime cose che ti vengono in testa. Vi è, in questi (siti e quotidiani), un qualcosa che ti costringe a uscire da te stesso, così da non scrivere solo quello che hai in testa. Cosa che invece succede nei blog, nei quali (non in tutti naturalmente) Mereghetti sente spesso l'inutilità di quello che si scrive.
Luca Malavasi gli chiede un commento sulla grande libertà che però hanno i blog.
Mereghetti gli risponde che da soli (anche i quotidianisti) ci si rende conto della libertà di scrittura. Anche i blog a volte non si sentono liberi di criticare, dando un giudizio negativo, i film di registi di culto. La libertà è nella testa di ognuno di noi.
La parola passa poi ad Andrea Bruni che rammenta un incredibile episodio accaduto durante la Mostra di Venezia di alcuni anni fa. Natalia Aspesi aveva scritto su "La Repubblica" un articolo in cui parlava di (troppa) violenza nel cinema, facendo esempi di registi presenti alla rassegna veneziana: aveva citato Takeshi Kitano, Kim Ki-duk....e infine un film di Errol Morris, "I Dismember Mama", che era un documentario sull'ibernazione (!). Andrea Bruni allora era andato dalla Aspesi a chiederle il motivo di quest'ultimo inserimento in un articolo sulla violenza e questa gli rispose che non aveva visto il film (per motivi di tempo) e che dal titolo pensava fosse un film violento.
Andrea Bruni allora sottolinea la grande importanza che hanno i quotidianisti perché i lettori medi leggono loro (e non le riviste specializzate). Quello che contesta ai quotidianisti è la superficialità delle responsabilità.
Mereghetti gli risponde che l'autorevolezza di un critico non è data dalla testata per cui scrive, ma per la credibilità acquisita in molti anni.
Andrea Bruni sottolinea nuovamente che chi compra una rivista come "Nocturno" non sono i lettori-medi che invece comprano "La Repubblica", quindi la testata conta eccome. Cita poi una frase (che sottoscrive in pieno), usata qualche anno fa durante il famoso convegno a Bologna sui cinebloggers, di Roy Menarini sul fatto che "i cinebloggers non siano una nuova forma di critica, ma una nuova forma di cinefilia" e ne sottolinea l'importanza.
Per concludere Bruni dice che i quotidiani (nelle recensioni) gli danno un senso di stanchezza, critici che scrivono perché devono farlo. Su internet questo non avviene perché quello che si scrive, si scrive con passione.
La parola passa allora a Violetta Bellocchio che apre il suo discorso dicendo che chi abita lontano dalle grandi città fa fatica a trovare le più importanti riviste di cinema. Ad esempio vicino a Viareggio, da dove viene Violetta, arrivano soltanto Ciak e Film TV. La rete diventa così ancor più fondamentale.
Parla poi che all'estero tantissimi portali internet fanno seguire i festival più famosi da critici importanti.
Un esempio è quello di Mike D'Angelo, famoso critico, che ha tenuto (grazie ad una sua stessa brillante idea) un blog dall'ultimo Festival di Cannes, nel quale (soltanto 24 ore dopo rispetto alla visione delle pellicole) riusciva a scrivere recensioni molto approfondite, analizzando anche il montaggio e la profondità di campo (giusto per fare due esempi) dei film presenti.
Sui quotidiani italiani invece si parlava solo di vestiti, tacchi e anche di culi maschili: vergognosamente il valore del cinema e del film passa sempre in secondo piano. Il critico americano da Cannes invece dava approfonditi giudizi di visione, come tutti dovrebbero fare.
Il primo giro di interventi si conclude con Roy Menarini che dice innanzitutto che bisogna distinguere fra blog e riviste on-line. Trova i blog onesti e appassionati, persone che vogliono condividere qualcosa che si ama. Molte persone, invece, sulle riviste on-line non hanno alcuna competenza cinematografica. La critica ormai è svilita dall'opinione sociale ed è assolutamente normale. La critica istituzionale è stanca, dall'altra parte invece c'è molta fuffa.
Via blog bisogna cercare una cinefilia e non un ragionamento critico vero e proprio.
La testata conta già nell'autorizzare il critico a parlare ai lettori. L'apprendistato critico vero e proprio è svilito dalle riviste on-line sulle quali può scrivere chiunque senza basi di cinema.
Tutti in Italia sanno fare gli allenatori di calcio e i critici di cinema.
Interviene allora l'arbitro Luca Malavasi sottolineando l'importanza dei concetti espressi da Violetta sul fatto che nei quotidiani non c'è l'approfondimento tecnico che è presente invece via web. Chiede allora: la rete può salvare la critica?può diventare anche un luogo di formazione per i critici?
Andrea Bruni dice che la rete ha potenzialità che ancora non sono state sfruttate del tutto. Servirebbero maggiori sinergie fra questo mondo e le accademie. "SegnoCinema" aveva dedicato uno speciale ai blog, ma erano tutti molto critici sul fenomeno: non c'era il giusto confronto.
Solo la rete può dare l'emozione di condivisione e di dialogare anche con critici e registi importanti; e cita come esempi la sua lettera aperta a Piera Detassis, alla quale la direttrice di Ciak rispose o alcuni emozionanti dialoghi via facebook con nomi del calibro di Lorenzo Pellizzari e Umberto Lenzi.
Violetta Bellocchio aggiunge giustamente che la fuffa che c'è in rete riguarda molto l'Italia. All'estero invece ci si punta molto.
La critica letteraria (e in generale l' "on-line letterario" in generale) in Italia è molto più importante rispetto a quello cinematografico. Cita allora il celebre caso di Giuseppe Genna, nato proprio in rete.
Cita poi alcuni bloggers come Francesco Chignola (Kekkoz) o Roberto Castrogiovanni (Rob) che partendo dai blog sono andati a scrivere-lavorare per progetti molto più importanti.
Roy Menarini risponde che la rete può essere un luogo di formazione per chi ha già basi universitarie importanti, come i blogger citati.
Andrea Bruni poi ci ricorda che purtroppo la blogosfera è in un momento di tragica stasi, ora è il momento dei social network. Viene meno il dialogo sui blog.
Interviene Paolo Mereghetti che chiede: "Ma è un valore il dialogo in sè"? A "Ombre rosse" (vecchia rivista dove lavorava) pensavamo di avere una funzione sociale e politica. Eravamo convinti che le nostre recensioni servivano a cose più importanti di noi. Lontano dal narcisismo di oggi in cui si punta solo a pubblicare gli articoli per gratificazione personale.
Aggiunge, in conclusione, che la critica (e il suo ruolo) deve andare oltre noi. Non solo dimostrare che siamo bravi, ma dire le cose importanti. La tanto citata passione viene dopo.
Luca Malavasi annuncia, purtroppo, che il tempo è scaduto e saggiamente conclude dicendo che a guidare ogni critico devono esserci sempre due valori: la passione e la responsabilità.


Da parte nostra, un applauso a tutti i relatori (speriamo di aver riportato il più adeguatamente possibile le loro parole..naturalmente sono più che invitati a intervenire se abbiamo dimenticato qualcosa o non abbiamo dato il giusto rilievo ad alcuni discorsi) che hanno dato vita a un bellissimo dialogo durato purtroppo soltanto un'ora perché questa tematica meriterebbe davvero che gli si dedicasse presto un'intera giornata di dibattiti.

Postato da: parachimy a 10:54 | link | commenti (13)