Qualche tempo fa l'avevo definito il "Wes Anderson dei cineblogger", e l'ultimo film del regista de "I Tenenbaum", "Il treno per il Darjeeling", ha aperto il mese di maggio cinematografico.
Noi l'abbiamo conosciuto con l'immagine di Titta di Girolamo ne "Le conseguenze dell'amore", il bellissimo film di Paolo Sorrentino, che con la sua nuova opera, "Il divo", chiuderà proprio questo maggio 2008.
In mezzo alle uscite di Anderson e Sorrentino cosa troviamo? "Be Kind Rewind" di Michel Gondry, il cui precedente film (e in particolare il suo protagonista Stephan) "L'arte del sogno" è la sua immagine-avatar attuale.
Insomma questo maggio 2008 è proprio il mese di uno dei più bravi cinebloggers della rete: edooo .
E noi cosa possiamo fare per festeggiarlo? Invitiamo il bellissimo blog sporanumero6 nel posto dove merita di stare: la nostra connection!!!! Cinebloggers, votate!!!!
Nella confusione del cinema italiano odierno, ci apprestiamo ad avere al Festival di Cannes 2008, che si apre questa sera, dei film nostrani dai quali è assolutamente lecito aspettarsi moltissimo.
Ebbene sì, il cinema italiano migliore di oggi sarà tutto di scena sulla croisette e, di conseguenza, nelle nostre sale nelle prossime settimane.
Il film più importante (o almeno, quello che qui si attende di più) sarà "Il divo" di Paolo Sorrentino (di cui approfittiamo per postare una foto, se possibile, già memorabile. Simbolo del nostro cinema di oggi...), il regista che consideriamo una luce nel buio; il grande artista che fa un cinema diverso dalle convenzioni e lo fa benissimo. Il regista su cui puntare, ma che con "Il divo" fa forse l'opera più ambiziosa ed importante della sua carriera. Certamente rischiosa, potrebbe definitivamente inserire Sorrentino nell'elenco dei grandi registi giovani europei (e non solo). Qua è certamente uno dei film più attesi dell'anno...
Il secondo film in concorso italiano sarà "Gomorra" di Matteo Garrone. Spesso quando si parla di quali siano i registi italiani su cui puntare Garrone va ad unirsi a Sorrentino.
Probabilmente è giustissimo, perchè Garrone ha dimostrato di essere perfettamente a suo agio con la mdp e di fare un cinema potentemente visivo (cosa non da poco nel nostro paese). C'è però da dire che, pur essendo molto buona a livello di immagini, la sua regia era imperfetta nella gestione complessiva dei film che ha diretto, mancava qualcosina sia a "L'imbalsamatore" che a "Primo amore" per renderle delle opere davvero convincenti al 100%.
Siamo però sicuri che con "Gomorra" raggiungerà quella maturità che un pò gli è mancata e, una volta raggiunta, potrà davvero puntare a fare dell'ottimo cinema; anche perchè ha un talento davvero notevole.
Il terzo film è fuori concorso: "Sangue pazzo" di Marco Tullio Giordana.
Giordana, a mio parere, è uno dei migliori registi italiani viventi fra i "non-artisti". Molto diverso dai due sopra per intenderci.
Giordana è un regista molto serio, che racconta le sue storie con partecipazione ed incisività.
Un regista che, con "Sangue pazzo", dovrà confermare la sua grande bravura nella messa in scena, nella direzione degli attori e nei perfetti tempi filmici, che hanno contraddistinto i suoi bei film precedenti.
Insomma un festival (e un mese) per noi importantissimo, dato che vanno tre fra i registi più importanti che abbiamo; che dovranno tutti confermarsi, con film rischiosi, anche se in modo diverso.
Per una volta, quindi, tifiamo per i nostri film, e per il nostro Cinema che in questo caso mostra finalmente di voler rischiare, ad un grande festival come quello di Cannes 2008.
Perchè questa volta, caso più unico che raro, non dobbiamo vergognarci delle opere nostrane attuali, ma soltanto esserne orgogliosi...
“Superauto Mach 5” è il titolo italiano di “Mach Go Go Go”, negli Stati Uniti “Speed Racer”. Questa serie animata giapponese, datata 1967, è stato uno dei primi anime, insieme ad “Astroboy”, ad essere esportato nel mondo. Se in Italia è arrivato in ritardassimo, cioè negli anni ‘80, in Usa era già da anni un cult per tutti i bambini americani. Prototipo di ogni produzione televisiva animata dedicata alle auto da corsa, è probabilmente stato il cult anche dei due piccoli fratellini Wachowski.
Speed (Emile Hirsh), che di cognome fa Racer, è un pilota talentuoso che ha come modello di vita suo fratello, Rex Racer, morto, forse, in un incidente durante una gara. Guida la sua Mach 5, costruita da suo padre Pops Racer (John Goodman), con il costante tifo della sua amica/fidanzata Trixie (Cristina Ricci in una misé vintage arrapante) e del fratellino (sempre insieme alla scimmia domestica). Nemico/amico di competizione è Racer X (Mattehw Fox, che dovrebbe essere lasciato sempre su di un’isola). Obiettivo principale di Speed è di eliminare il marcio dal mondo della competizione automobilistica, nel quale multinazionali interessate al ritorno economico truccano e pilotano le gare.
“Speed Racer” è un film per bambini tra gli 8 e i 13 anni, esattamente come il target a cui era indirizzato il prodotto originale giapponese. “Speed Racer” è il pessimo risultato di un’operazione interessante: la manipolazione e la trasformazione di un anime giapponese degli anni ‘60 in un film Disney degli anni 2000. Non che ci sia di mezzo la Disney, ma è chiaro che il punto di riferimento nella realizzazione della sceneggiatura, nela caratterizzazione dei personaggi e delle vicende, è il classico film Disney. La volontà dei fratelli Wachowski è stata, probabilmente, quella di riproporre un proprio amore d’infanzia ad un pubblico nuovo che non potrebbe apprezzarne la versione originale. Prendono un prodotto semplice, banale, ma allora di assoluto effetto, e lo rendono un assortimento di caramelle per bambini. Nel film c’è molto più di quello che offriva la serie animata originale, e c’è tutto quello che potrebbe piacere ad un bambino pre-adolescente: personaggi semplici e stilizzati, ninja, influenze da video game, comicità infantile, azione, un loro coetaneo (che ha una scimmia come amico e che fa il simpatico), wrestling e corse in auto (con auto realizzate esattamente come i famosi modellini Mini 4wd della Tamiya, “stilose” ed aggressive proprio come piacciono ai bambini). Proprio le corse in auto sono, però, le uniche parti del film a piacere anche ad un adulto e, soprattutto, le uniche parti del film veramente meritevoli. L’attenzione al ritmo, all’impianto visivo, alla costruzione di movimenti spettacolari, l’uso di movimenti di macchina e di inquadrature interessanti (tra cui una splendida, ma nascosta, falsa soggettiva), rendono chiara l’abilità dei Wachowski a dirigere un certo tipo di cinema. Il resto, invece, è il frutto di una sceneggiatura banalissima, con dialoghi infantili e, oltretutto, con una recitazione pessima da parte di tutto il cast (Emile Hirsh compreso). La regia, dove non ci sono auto che volteggiano, roteano, saltano e si scontrano, è piatta e inconsistente, e in alcuni punti dove dialoghi, storia, recitazione e regia si trovano tutti insieme al minimo valore ci si addormenta pure.
Se i Wachoski hanno voluto realizzare un film solo per bambini ci sono riusciti e magari piacerà loro anche tanto, ma se avevano l’intenzione di fare un film per tutti allora hanno miseramente fallito.
“Speed Racer” è un un film troppo sbilanciato, in cui è palese l’incapacità (si spera solo in questa occasione) dei Wachowski a prestare attenzione a tutte le componenti, narrative e stilistiche, che formano un film, non soltanto alle parti in cui danno sfogo alla loro originalità e voglia di sperimentazione (soprattutto visiva).
"Speed Racer”, quindi, non è un film stilizzato ma, piuttosto, un film scarabocchiato.
Para
Voto Para: 2/4
I fratelli Wachowski dopo il folgorante "Matrix" (1999), hanno sempre deluso le alte aspettative che c'erano sui loro film.
"Matrix Reloaded" e "Matrix Revolution" erano due film poco riusciti, il cui difetto maggiore era un'assoluta mancanza di equilibrio registico fra quelle parti che invece avevano trattato con sapienza nel film che ha dato il via alla serie.
La stessa mancanza di equilibrio si va a riscontrare (forse anche maggiormente) in questo "Speed Racer", in cui le varie fasi filologiche dell'operazione compiuta (come ha sottolineato anche il Para) sembrano scontrarsi l'una con l'altra, invece che armonizzarsi a vicenda.
Le innovazioni visive collidono con una sceneggiatura banalissima (con frasi che provocano spesso imbarazzo) e stupida; le, quasi tutte abbastanza riuscite, sequenze dinamiche di corsa (non troppe) si scontrano invece con quelle statiche, assurde ed inguardabili.
Anche a livello contenutistico fa male il suo lavoro. E' vero che è fatto per un target di bassimissima età (almeno si spera) e quindi bisogna fare contenti i piccoli spettatori, e fargli vedere che la povera e buona famiglia debba sconfiggere i cattivoni potenti. Però si esagera, arrivando a paragonare le multinazionali al diavolo (?) in persona.
Troppo lungo e inefficace, "Speed Racer" porta a farsi rivalutare in piccola parte per la bella sfida finale (chi vincerà?) nel circuito più importante. Maluccio anche gli attori, il protagonista in particolare
Quando finalmente si è contenti di aver assistito ad una sequenza ben fatta (questa descritta sopra), subito dopo si cade nell'abisso di uno dei post-finali più ridicoli che si siano visti negli ultimi tempi.
Senza svelare troppo, si va a "sistemare" l'unico concetto non commerciale che si era "azzardato" in precedenza. Non si fa.
La fine dei Wachowski?
Chimy
Voto Chimy: 1,5/4
Si potrebbe dire che, nel panorama dei film su supereroi, questo "Iron Man" si colloca in una zona a metà tra i film più riusciti e quelli meno.
In realtà non è così facile posizionarlo, poichè questo film ha dei meriti che lo proietterebbero al livello dei migliori, ma anche dei demeriti che lo farebbero cadere nell'abisso dei peggiori
Partiamo dalle note positive.
"Iron Man" è un film che riesce ad abbracciare sapientemente l'operazione compiuta dal fumetto da cui è tratto.
Iron Man è stato uno dei supereroi più "politici" della storia del fumetto: un eroe che si opponeva al comunismo, nei primi anni di pubblicazione, al fine di sostenere la guerra in Vietnam.
Gli autori del film fanno un buon lavoro di trasporto del personaggio ai giorni nostri: il medio oriente, il commercio delle armi e anche una morale ironica e paradossale, inserita nel personaggio, perfettamente contemporanea.
Iron Man è un eroe senza armi vere e proprie; lui è stesso è l'arma che costruisce ed adopera, con il corpo metallico che diventa la protesi del proprio stesso essere. Anche questo concetto è ben mostrato, grazie alla profondità psicologica data al personaggio di Downey Junior, sulle scelte legate proprio alle armi e alla, di queste, costruzione.
I tasti dolenti hanno un nome e un cognome: John Favreau, personaggio probabilmente simpatico, ma anche incapace di fare il suo lavoro.
Favreau non ha un benchè minimo senso del ritmo e della narrazione cinematografica. Scene troppo lunghe o troppo corte (un duello finale con il cattivo, in cui pare ci fosse fretta di finire) ma quasi mai ben calibrate.
Il difetto peggiore della sua regia è però un altro: Favreau non è stato minimamente in grado di dare agli spettatori quella vertigine spettacolare che caratterizzava la trilogia di "Spider-Man" (il top fra i recenti cine-comic).
Le scene aeree, o quelle che dovrebbero dirsi "spettacolari", sono realizzate con le modalità linguistiche più noiose (se così si può dire) possibili: continue panoramiche orizzontali (e non solo), con le quali forse Favreau cercava di scovare qualche idea fra le nuvole del cielo. Non l'ha trovata.
Più volte durante la visione viene da pensare quanto ci avrebbe guadagnato questo film se ci fosse stato Sam Raimi (per dirne uno, ma quasi chiunque l'avrebbe migliorato) in cabina di regia, perchè, siamo onesti, in un film del genere (con un budget da 200 milioni di dollari... dato da tenere in considerazione) la vertigine spettacolare, e affini, è assolutamente necessaria per dare un senso all'operazione filologica che è stata fatta.
Nel complesso quindi un film che neanche lontanamente si avvicina agli "Spider-Man" di Raimi (i "Batman" di Burton non sto neanche a citarli, perchè quelli sono "altro": film autoriali) o ad altri, ma che si mantiene anche a debita distanza (non per la regia) dagli abomini di "Daredevil" o, ancor peggio, dalle ridicolaggini del "Superman Returns" di Singer.
Rimane però il rimpianto perchè ai buoni livelli ci poteva davvero arrivare, per temi, contenuti ma grazie anche a delle buonissime interpretazioni tra cui quella di un ottimo Jeff Bridges.
Se soltanto l'avesse diretto un regista....
Chimy
Voto Chimy: 2/4
“Il treno per il Darjeeling” è un film girato sui binari. Su più livelli. Ad un primo livello perché ambientato per buona parte su di un treno (e il treno riserva una notevole importanza), e ad un secondo livello, quello linguistico, perché buona parte delle riprese sono carrelli, e come tutti sanno i carrelli vengono realizzati muovendo la macchina da presa su delle rotaie. Ci sono carrelli sempre ed ovunque, carrelli lunghissimi e carrelli cortissimi, carrelli che si muovono per metri e metri seguendo i protagonisti e carrelli che si muovono a dir tanto 50 centimetri all’interno della cabina letto del Darjeeling Limited.
“Il treno per il Darjeeling” è dunque il carrello di un momento della vita di tre fratelli, che si muovono per itinerari fissi e millimetrici, su due rotaie, appunto, ma sui quali è sempre più difficile restar ancorati, anche se non ci si schioda mai.
Francis (Owen Wilson), Peter (Adrian Brody) e Jack (Jason Shwartzman) si ritrovano in India per cercare l’unità familiare, sia tra di loro che con la madre scomparsa. Iniziano quindi un viaggio in India, un “train trip” alla ricerca di quella spiritualità “per tutti” che l’India vende (o che solo noi vogliamo comprare a tutti i costi) come attrattiva turistica. Ma i tre fratelli rappresentano egregiamente l’uomo moderno, alla ricerca della propria casa e delle proprie abitudini ovunque ci si trovi. Non si rinuncia alle droghe legalizzate (i medicinali), si cerca un adattatore di corrente, si fa shopping inutile (un serpente), si prega nello squallido tempietto dell’aeroporto, si va in India a cercare sé stessi con dodici valige fatte su misura e con un assistente personale che pianifica e plastifica itinerari di viaggio. Ognuno di noi può rivedersi nei tre personaggi, proiezione estremizzata dell’occidentale in vacanza.
Il loro sarà però un viaggio in cui non cambierà sostanzialmente nulla, e l’unico risultato sarà l’accettare, non per forza serenamente, la propria condizione e quella dei fratelli. Francis rimarrà il fratello più grande un po’ genitore, Peter il fratello di mezzo combattuto e scorbutico e Jack il fratellino che se ne sta in disparte. Esattamente come all’inizio del film. E il film finisce come sarebbe dovuto iniziare, cioè con l’abbandono di tutto e con lo sforzo di capire e sopportare l’altro.
Da ricordare, poi, un paio di sequenze da applausi: l’incipit, con Bill Murray su un taxi a tutta velocità, e un carrello che attraversa delle ipotetiche cabine di un treno in cui ogni personaggio si è ricreato il proprio “habitat” naturale. Da applausi anche “Hotel Chevalier”, il cortometraggio con Natalie Portman che precede il film, in cui capiamo che pasta d’uomo è Jack Whitman, e mentre capiamo questo lo invidiamo tutti da morire. Inutile sottolinearne il motivo.
Un road movie che scorre via liscio senza inciampare mai, e grazie alle vicissitudini che i tre personaggi affrontano ne assaporiamo con piacere la psicologia, rivelandosi ben più profondi e “ben scritti” di quanto si potesse immaginare.
Un’ora e mezza che passa al volo, fino ai bellissimi titoli di coda che scorrono sullo schermo sopra la stessa inquadratura a lato del treno dei piccoli intermezzi di “Intrigo Internazionale” di Hitchcock, ma qui al posto di andare verso monte Rushmore si va verso, forse, il Dar Mahal.
Para
Voto Para: 3/4
"E tu chi vuoi essere?". Sembra di tornare bambini guardando i tre bellissimi personaggi protagonisti de "Il treno per il Darjeeling". Ognuno si sceglie il suo preferito, quello che più gli è simpatico o quello a cui si sente più vicino.
Da una breve ricerca sociologica che mi è piaciuto fare, ho notato che le preferenze sono praticamente equamente distribuite fra tutti e tre. Dato più che interessante.
Ah, il mio preferito è stato il personaggio di Jack, interpretato da un Jason Schwartzman spettacolare; ma altrettanto bravi sono stati Owen Wilson e Adrien Brody, volti perfetti per il cinema di Wes Anderson.
Ah, già, Wes Anderson, quel ragazzino geniale e vanesio che fa impazzire gli intelettuali del cinema e che è così chique amare intensamente.
"Il treno per il Darjeeling" è il suo film, forse, più personale, certamente il più coraggioso.
Le ossessioni andersoniane delle precedenti opere sono portate alle estreme conseguenze: il viaggio è la meta stessa del percorso, la necessità di rinnovare continuamente i legami familiari e l'impossibilità di trovare una soluzione ai problemi della vita sono le reali tematiche che a Wes Anderson interessa portare avanti.
La frammentarietà ordinata, la sgangheratezza misurata e controllata fanno de "Il treno per il Darjeeling" un piccolo gioiellino che colpisce dall'inizio alla fine, o forse dalla fine all'inizio.
Wes Anderson, dopo aver stupito il mondo cinefilo con "I Tenenbaum", torna, con un film certamente di pari valore, a farsi decisamente apprezzare, dopo l'intermezzo gratificante (per sè e per i fan) de "Le avventure acquatiche di Steve Zissou", altrettato stravagante ma molto meno intelligente.
Ah, e non dimentichiamoci gli straordinari camei di Natalie Portma e, soprattutto, di Bill Murray, la cui corsa iniziale per prendere il treno in cui viene superato da Adrien Brody è già memorabile.
Ah, assolutamente incipit dell'anno.
Chimy
Voto Chimy: 3/4
Questo mese due hype condivisi, anche perchè sarebbe impossibile sceglierne soltanto uno.
Il primo non ha bisogno di introduzioni...
Il secondo è più oscuro, perchè il film parla di un uomo che è sotto gli occhi di tutti da 60 anni ma nessuno lo conosce veramente...

Un monumento e una tromba. Una stella rossa nella neve e un nastro rosso che avvolge lo strumento. Il rosso del sangue e il silenzio dei morti, corpi che avevano una voce che non suonerà più.
Così inizia e finisce “Assembly”, con una tromba dell’esercito appoggiata su di un monumento ai caduti. La macchina da presa, muovendosi dal particolare del nastro rosso verso l’alto, rivela una grande stella rossa in cima ad un cubo di mattoni. Lentamente l’inquadratura ampia e silenziosa mostra ciò che circonda quello che solo alla fine scopriremo essere un monumento ai caduti. Il film racconterà nelle successive due ore la storia di chi è commemorato in quel monumento, e soprattutto dell’uomo che ha lottato con tutte le sue forze per commemorare quegli uomini.
Gu Zidi è il comandande della 9° compagnia, 139° battaglione dell’esercito popolare di liberazione cinese durante la guerra civile del 1948 - 1949 tra comunisti e nazionalisti. La pellicola, magistralmente diretta da Feng Xiaogang, si sviluppa in due parti, una relativa alla guerra e alle battaglie della 9° compagnia, e l’altra relativa al dopoguerra, con la disperata ricerca da parte di Gu dei corpi dei suoi 46 soldati, morti durante una sanguinosa battaglia nei pressi di una miniera di carbone. Durante questo scontro, che chiude la prima parte, si sviluppa il nodo centrale della successiva: l’Assemblea aveva dato il segnale per ritirarsi durante lo scontro o avevano combattuto fino alla morte inutilmente? Con questo dubbio nella testa, carico delle responsabilità che spettano ad un comandante, Gu cercherà in tutti modi di dare la giusta riconoscenza ai suoi soldati caduti, arrivando addirittura a scavare con le proprie mani nella miniera di carbone teatro della sanguinosa battaglia.
Proprio il carbone nel film rivela una certa importanza. Per tutta la prima parte il carbone ardente accompagna assiduamente la vita di Gu, che vi si siede accanto per cercare calore, per riflettere e anche per arrostirsi due patate. Il carbone che produce calore e aiuta a vivere, diventerà freddo, sporco e coperta mortuaria per quelli che Gu considerava come figli.
“Assembly”, oltre per una costante e riuscita volontà di non essere propagandistico ma anzi imparziale, colpisce soprattutto per la realizzazione, in particolare per quanto riguarda il rapporto suono - immagine. “Assembly” è un prodotto audio visivo nel senso più puro del termine, perché la simbiosi raggiunta è stupefacente. A ben vedere, però, a “comandare” tra le due parti vi è l’impianto sonoro. Le immagini, i movimenti di macchina, la scelta delle inquadrature e la “cadenza” del montaggio seguono, infatti, ciò che stiamo udendo, e non viceversa. E’ come se il film regga prima sulle urla, sugli spari e sulle esplosioni piuttosto che sui volti, le armi e le scenografie. Per dimostrare questo assunto è sufficiente prendere in esame una qualsiasi delle sequenze del film, non necessariamente quelle di battaglia, anche se in quest’ultime può essere certamente più facile rendersene conto. Ad esempio, verso la fine del film, si può assistere ad un litigio tra Gu ed un ufficiale, durante il quale la macchina da presa, anche grazie a delle riprese a mano, si muove, si “agita”, quasi a voler seguire il tono di voce e la “musicalità” aggressiva delle voci dei due uomini. In particolare la voce di Gu (o la voce di Zhang Hanyu, l’attore che lo interpreta), che ci accompagna per tutto il film, è di una bellezza e di una funzionalità stupefacente. Mi viene da credere che il regista l’abbia scelto prima per la voce che per la faccia. Una voce brusca, che stride con l’abituale cadenza armonica della lingua cinese, ma che sembra fatta apposta per le situazioni che Gu deve affrontare nel film.
Se, come abbiamo visto, la parte sonora mostra la sua importanza, la brillantezza del risultato finale è data ovviamente anche dalla parte filmata. Il regista dirige in maniera impeccabile, con movimenti di macchina misurati ed adeguati. Anche la camera a mano, forse troppo traballante in alcuni momenti della prima battaglia, è usata con maestria, sempre attenta alla simbiosi con il sonoro. Nelle parti più silenziose, e ansiose, la macchina da presa si muove lentamente, con carrelli e dolly delicati, per poi sobbalzare, magari in occasione di un’esplosione, verso movimenti bruschi e tagli veloci. Il risultato è un flusso di suoni e immagini che riesce addirittura a far sembrare la camminata di un uomo tra le trincee un piano sequenza di due minuti anche quando in realtà sono più riprese fuse totalmente.
In totale, con questo film, Feng Xiagang dimostra di essere un regista di cinema totale, di quel cinema fatto come unione indissolubile di suono ed immagini. Con l’attenzione riversata nel film verso questo fondamentale rapporto è riuscito a realizzare una pellicola dove il grado di assorbimento dello spettatore nella realtà filmica è sorprendente.
E alla fine, quella tromba appoggiata sul monumento è l’emblema del fracasso della guerra, che inizia e finisce nello stesso modo: col silenzio e coi morti.
Para
Voto Para: 3/4
Concordando con tutta la bellissima recensione del Para, non aggiungo altro sul film, ma volevo brevemente dire due parole sul cinema di Feng Xiaogang, in rapporto con l'industria cinese cinematografica contemporanea.
Delle "Big 4" dell'area dell'estremo oriente (Cina, Corea del sud, Giappone, Hong Kong) la Cina è certamente la nazione che sembra che si stia sempre più accomodando su convenzioni cine-contenutistiche già ampiamente trattate.
Il cinema cinese (diciamo il 90%) si snocciola ormai su un'unico tipo di genere: il dramma sociale.
Ambientati sempre nell'età contemporanea o nei decenni da poco passati, il cinema cinese si concentra sui problemi pubblico-amministrativi della Cina attuale, sia dei piccoli villaggi che delle grandi città.
I temi trattati restano comunque molto definiti: la disoccupazione, la crescita, l'istruzione...
Si rischia molto poco e, al più delle volte, si vanno a riprendere tematiche che hanno avuto fortuna nei film di Zhang Yimou, in particolare in quelli degli anni '90: da "Non uno di meno" a "La storia di Qiu Ju". Se quei film di Zhang erano, dieci anni fa, molto importanti per mostrare al mondo una realtà poco conosciuta, oggi continuare a rifare quei film non ha più molto senso (tanto che lo stesso Zhang Yimou si è buttato, come sappiamo, su ben altro).
Feng Xiaogang, cinese doc, fa un cinema molto diverso e anche per questo è decisamente interessante.
Fa Cinema spettacolare, cosa che il cinema cinese odierno ha quasi dimenticato.
Una spettacolarità però che ci piace pienamente, perchè usa straordinariamente (come ha spiegato perfettamente il Para) la mdp e il sonoro.
Feng ama anche rischiare, cosa che non può che far bene al cinema cinese. "The Assembly" è il primo film cinese che non prende posizione su un fatto storico così importante; con "The Banquet" è stato invece portato lo spirito (quello vero) shakespeariano nella Cina in costume. Mica poco.
Un cinema quindi che tratta contenuti diversi da quelli del dramma sociale, ma con forza anche maggiore, e che unisce a questi una buona dose d'intelligenza spettacolare e di sapiente regia.
Iniziamo davvero ad annotarci il nome di Feng Xiaogang, del quale cercheremo di non perderci i prossimi lavori.
Chimy
Voto Chimy: 3/4
Esattamente un anno fa, tornando dal Far East Film Festival 2007, decidemmo di aprire un blog. Oggi, da poco tornati dal Far East Film Festival 2008, Cineroom compie un anno.
In questa occasione sono due le cose che vogliamo fare.
La prima, e la più importante, è ringraziare tutti voi che ci visitate e ci leggete. Un grazie a tutti i cinebloggers, a tutti i cinefili, a tutti gli amici che più o meno regolarmente commentano i nostri post e anche a quelli che non commentano mai. Siamo davvero felici che in questo anno trascorso così velocemente siano successe così tante cose, si siano conosciuti così tanti appassionati, condivisori di quel grandioso amore per il cinema che ogni giorno esterniamo con piacevole e lussuriosa tenacia.
La seconda cosa da fare oggi, 29 aprile 2008, è concretizzare una scelta che avevamo preso da tempo, ma che abbiamo voluto riservare per questi festeggiamenti. C’è un uomo, ancor prima di un regista, che in questo annetto crediamo ci abbia portato fortuna: Andrej Tarkovskij. Nome tutelare di Cineroom, la sua firma e la sua splendida definizione di quell’arte sublime quale è il cinema vi accoglie ogni volta che entrate nella nostra stanzetta. Ci sembra quindi doveroso dedicare ufficialmente il blog a lui, uno dei pochi artisti della storia del cinema ad andare oltre l’arte e la vita.
E nel cercare una foto da corredo per questo post, alla ricerca di una candelina, magari spenta da qualcuno, magari tratta da un film, ci siamo accorti, con sorpresa estrema, che la locandina di “Nostalghia”, ultima pellicola del Nostro, raffigura un uomo ed una candela.
Per noi, un segno del destino.
Auguri, CINEROOM.

Para & Chimy
Uno sparo. Due donne s'inseguono sulle scale del Ministero degli Esteri coreano; una delle due prende una pistola che le cade dalla borsetta e spara all'altra donna che cade a terra ferita alla gamba.
Così inizia il grandioso film "It's Not Her Sin" diretto nel 1959 dal padre del cinema coreano, Shin Sang-ok (nella foto), che è stato omaggiato con una splendida retrospettiva dal Far East Film Festival 2008.
Prima di concentrare l'attenzione sul film sopradetto, mi sembra giusto raccontare nello specifico la vita di questo regista, purtroppo poco conosciuto, che ha avuto un'esistenza che sembra perfetta per essere raccontata in un film (le notizie sono prese dalla guida del FEFF 2008).
Shin Sang-ok nasce nel 1925 e inizia a lavorare come regista durante la guerra di Corea, i cui risvolti sono stati trattati in profondità nei suoi film della fine degli anni '50 (proprio quelli visti a Udine).
Questi film iniziarono a portare a Shin un buon successo in patria, grazie anche alla presenza fissa della diva Choi Eun-hee, che diventerà anche la moglie del regista.
Gli anni '60 furono l'apice del successo per Shin Sang-ok, i cui film venivamo costantemente apprezzati e premiati.
Negli anni '70 iniziarono invece grandissimi problemi: la censura della presidenza coreana non gli permise più di fare film alle condizioni che voleva e, addirittura, nel 1975 gli venne revocato il permesso di lavorare nell'industria cinematografica del paese.
Il vero dramma inizierà però qualche anno dopo.
Durante un viaggio a Honk Kong, nel 1978, sua moglie sparì; Shin cercò in tutti i modi di ritrovarla, quando una sera, mentre era sulle tracce della donna, venne colpito in un vicolo da una borsa in testa e perse i sensi.
Choi e Shin erano stati rapiti da agenti della Corea del Nord, e vennero portati nella capitale Pyongyang su ordine di Kim Jong-il che sperava, con lui, di far (ri)nascere l'industria cinematografica nordcoreana.
La coppia trascorse i primi 5 anni in celle separate dopo aver rifiutato di cooperare, ma fu poi riunita e i due ripresero a fare film insieme.
Dopo aver realizzato per il governo dittatoriale 7 lungometraggi (prevalentemente di propaganda), i due fuggirono, nel 1985, durante un viaggio in Europa, chiedendo asilo all'ambasciata americana di Vienna. Poi si trasferirono a Hollywood, dove Shin lavorò come produttore, prima di tornare in Corea del Sud.
Recentemente sono state fatte importanti retrospettive per far conoscere al mondo quest'importantissimo regista, nel 2001 al Pusan Film Festival e nel 2002 al MoMa di New York.
Shin Sang-ok è morto, nel 2006, ad ottant'anni nell'amata Seoul, la città che per anni gli era stata negata e dove ora sua moglie vive ancora.
Impressionante la storia della vita di Shin Sang-ok, ma altrettanto impressionante è la magnifica storia che racconta in "It's Not Her Sin".
Dopo il folgorante incipit di cui si è scritto ad inizio post, scopriamo che le due donne sono sorelle adottive. Durante il processo, entrambe insistono sull'innocenza dell'altra ("Non è suo il peccato, ma mio!") e, quando si rivedono, si scusano l'una con l'altra e si abbracciano.
Davanti al pubblico ministero i racconti del passato delle due ci faranno capire quali furono le cause di quel gesto.
Young-sook (interpretata dalla moglie del regista, la bravissima Choi Eun-hee), la donna ferita alla gamba, aveva una relazione sentimentale con un uomo sfrontato che l'ha messa incinta e che non voleva prendersi cura del bambino.
L'uomo consiglia alla donna di abortire, ma Young-sook pensa invece di lasciare il bambino a Sung-hee, (la donna che successivamente le sparerà) sua sorella adottiva, che era felicemente sposata, ma non poteva avere ciò che più desiderava: un figlio.
Le due allora fanno un patto di silenzio: approfittando della lunga assenza del marito di Sung-hee, non riveleranno a nessuno il loro segreto e fingeranno che il figlio sia proprio nato dal ventre della sorella maggiore.
E' davvero impressionante come nel 1959 sia stato fatto un film con alla base una tematica così attuale, quella della scelta di tenere un figlio, protagonista recentemente di un film apprezzatissimo come "Juno", uscito soltanto un mese fa.
Shin Sang-ok ha, inoltre, un'attenzione alla psicologia delle figure femminili, pari soltanto a quella di pochissimi altri grandi registi della storia del cinema (Mizoguchi, Preminger...); il suo è un cinema attento ai problemi sociali, nella travagliata epoca postbellica coreana, ma che sempre si collegano alle vite dei singoli e alle loro difficili scelte in un momento tanto contradditorio.
Il bambino nasce, passano i primi anni, e tutto sembra andare per il meglio fino a quando l'ex ragazzo di Young-sook, ora sposata felicemente con un uomo, non scopre tutto e la ricatta per tenere la bocca chiusa.
Quest'elemento è in realtà però di poco conto nello sviluppo narrativo; il vero ostacolo che nasce nel patto di silenzio fra le due è il richiamo materno di Young-sook, che (come falsa zia) si avvicina sempre più a suo figlio e non riesce più a distaccarsene.
Quel bambino è tutto per entrambe le donne, nessuna vuole più lasciarlo all'altra.
Young-sook allora parte per il ministero per svelare tutto, ma (come già sappiamo) Sung-hee in preda alla follia le spara per fermarla.
Alla fine del lungo racconto flashback, il giudice le lascia andare e Sung-hee dice a Young-sook che può riprendere suo figlio.
Arrivate alla casa di Sung-hee, vediamo il bambino "oggetto del desiderio" delle due che piange commosso per il ritorno della madre, che non vedeva da diversi giorni.
Esce dalla casa e corre gridando: "Mamma!, mamma!"; Young-sook si avvicina e si china per abbracciarlo, ma il piccolo la supera perchè i suoi occhi e la sua corsa sono indirizzati a Sung-hee, la donna che lui ha sempre considerato la sua vera madre.
Young-sook, triste, si allontana e lascia "suo" figlio a "sua" madre.
Un finale commovente e crudele, in cui Shin Sang-ok ci lascia delle infinite domande: è un finale dolcemente positivo? O tragicamente negativo? Il bambino ha "scelto" la donna che l'ha cresciuto e che ha sempre chiamato mamma, è la cosa più giusta?
Certamente questa è la conclusione più bella e profonda che un film splendido come questo potesse avere.
Nella magnifica tavolata dei grandissimi registi asiatici della metà del '900 aggiungete pure un posto per Shin Sang-ok.
Chimy
Voto Chimy: 3,5/4
Un festival che sicuramente è stato superiore nelle premesse che nella reale qualità dei film visti.
Il film che ha vinto l'Audience Award, come praticamente ogni anno, non l'abbiamo visto: il giapponese "Gachi Boy" che cercheremo a breve di recuperare, dietro di lui "Adrift in Tokyo" (che ha diviso il nostro giudizio) di Miki Satoshi e l'invisibile "Fine Totally Fine".
I film davvero da ricordare sono però altri: il migliore in assoluto, per noi, è stato "The Assembly" di Feng Xiaogang, di cui faremo tra qualche giorno una lunga recensione, seguito da "Sparrow" di Johnnie To; questi i due film del concorso assolutamente d a vedere.
In mezzo a tanta banalità e mediocrità c'è stata però una magnifica scoperta: Shin Sang-ok e il suo grande cinema che è stato davvero una sorpresa straordinaria (in settimana ci sarà una lunga recensione di quello che consideriamo il suo migliore e splendido film).
Grazie a tutti quelli che hanno letto le nostre mini-mini-mini recensione, e un grazie e un saluto a tutti quelli che ci hanno fatto compagnia (i tanti blogger presenti che fa sempre molto piacere incontrare) e in particolare a Weltall (e al suo gruppo) che abbiamo avuto il grandissimo piacere di conoscere
Chimy e Para
PEEPING TOM di Yoshiiro Fukagawa
Chimy: Il classico film che con il passare dei minuti perde d'interesse.
Scrittore squinternato spia i vicini e racconta ciò che vede nei suoi scritti. Si ritroverà a scoprire per caso un'orrenda verità...
Prende banalmente spunto da celebri film del passato: "L'occhio che uccide" (naturalmente), "Blow-up", "La conversazione" ecc ecc. Che fosse un omaggio a quelle opere? Se lo era non è riuscito..
Para: Poteva essere interessante, ma è a tratti noioso e il risvolto fantasmatico finale non è una scelta felice.
GONE SHOPPING di Wee Li Lin
Chimy: Primo film di una regista di Singapore, che attraverso il racconto di tre storie che s'intrecciano in un supermercato, cerca di mostrare i paradossi del paese in cui vive.
Idea di base interessante, ma sviluppata male. Si cade spesso nella noia e nel banale..
Para: Cinema di plastica. Si salva un ottimo digitale e nulla più..
SPARROW di Johnnie To
Chimy: Una luce nel buio degli ultimi giorni del festival. Una commedia divertente e divertita che porta davvero sollievo in un concorso che ha spesso visto protagonista la pesantezza delle pellicole.
"Sparrow" è un film notevolissimo, assolutamente da ricordare.
Un'opera in cui si omaggiano grandi film classici: dalle commedie hitchcockiane ("Caccia al ladro" in particolare) ai grandi musical. Straordinaria in questo senso una sequenza verso la fine, in cui assistiamo ad una vera e propria danza di corpi sotto la pioggia coi loro ombrelli,mentre attraversano la strada. Johnnie To dilata l'attimo e rimanda a "Cantando sotto la pioggia". Si potrebbe definire una scena musical ma non cantata.
Imprescindibili, in mezzo al film, vari camei dell'attore di culto Suet Lam che fuma la pipa.
"Sparrow", come detto, è una divertita commedia, ma Johnnie To fa comunque una regia maestosa ed elegante dove a splendidi piani-sequenza vengono alternati momenti di soave montaggio dove l'attenzione al dettaglio diventa il vero motivo di studio registico.
Para: Sottoscrivo in pieno tutto..
SHADOWS IN THE PALACE di Kim Mee-Jung
Chimy: Un horror troppo ben fatto per essere all'horror day, ma troppo malfatto per essere minimamente ricordato.
Fa arrabbiare che non sia girato così male, ma la sceneggiatura e i risvolti narrativi fanno davvero cadere le braccia.
Para:Noia